"Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Giorgia Meloni, del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Antonio Tajani e del Ministro della difesa Guido Crosetto, ha approvato un decreto-legge che introduce disposizioni urgenti per la proroga dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell'Ucraina, per il rinnovo dei permessi di soggiorno in possesso di cittadini ucraini, nonché per la sicurezza dei giornalisti freelance.Il testo proroga, fino al 31 dicembre 2026, previo atto di indirizzo delle Camere, l'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari, con priorità per quelli logistici, sanitari, ad uso civile e di protezione dagli attacchi aerei, missilistici, con droni e cibernetici, in favore delle autorità governative dell'Ucraina".
Questo il comunicato stampa con cui la presidenza del Consiglio dei Ministri ha commentato l'esito del CdM n. 154 di lunedì 29 dicembre 2025, in cui il principale provvedimento era l'approvazione del cosiddetto decreto Ucraina.
L'euforia della Lega è durata lo spazio di poche ore. Il decreto Ucraina, appena approvato, conserva infatti l'aggettivo "militari" accanto alla parola "aiuti", smentendo di fatto le rivendicazioni avanzate nelle ore precedenti dal Carroccio. Un esito che mette in luce, ancora una volta, le tensioni interne alla maggioranza e la distanza tra propaganda politica e atti ufficiali.
Il provvedimento, intestato alla Presidenza del Consiglio e ai ministeri degli Esteri e della Difesa, porta un titolo inequivocabile: "Disposizioni urgenti per la proroga dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell'Ucraina, per il rinnovo dei permessi di soggiorno in possesso di cittadini ucraini, nonché per la sicurezza dei giornalisti freelance". Un testo che lascia poco spazio alle interpretazioni e che conferma la continuità dell'impegno italiano sul fronte del sostegno militare a Kiev.
Alla riunione decisiva non hanno partecipato né Matteo Salvini, né il ministro della Difesa Guido Crosetto, entrambi assenti per "motivi personali". Un'assenza, quella di Salvini, che non è passata inosservata, soprattutto alla luce delle dichiarazioni rilasciate poco prima dal senatore leghista Claudio Borghi, che aveva annunciato come una vittoria politica la presunta cancellazione del termine “militari” dal decreto.
Borghi aveva parlato di "lavoro eccellente" e di "massimo compromesso ottenibile", rivendicando una netta discontinuità rispetto al passato e sostenendo che il cambio di titolo - con la scomparsa del riferimento "militare" agli aiuti - avrebbe implicato anche un cambio di contenuto, con priorità a strumenti sanitari e di difesa civile piuttosto che ad armi offensive. Una narrazione che si è però scontrata con la realtà dei fatti: la parola contestata è rimasta, e il decreto è stato approvato senza stravolgimenti evidenti.
La reazione del senatore leghista, affidata ai social, tradisce irritazione. Borghi parla di mancanza di stile nelle trattative e minimizza sull'etichetta del provvedimento, purché il testo non venga modificato. Una presa di posizione che sembra più un tentativo di limitare i danni che una reale rivendicazione politica, come dimostrano anche le successive dichiarazioni riportate dai media, provenienti da "fonti della Lega", in cui si continua comunque a parlare di soddisfazione, sostenendo che i suggerimenti del partito sarebbero stati recepiti, con un'attenzione maggiore agli strumenti difensivi, logistici e sanitari destinati alla popolazione civile ucraina.
Al di là delle dichiarazioni, resta il dato politico: il decreto conferma l'invio di aiuti militari all'Ucraina e mette in luce le difficoltà della Lega nel far valere fino in fondo le proprie "linee rosse" all'interno della maggioranza... e non avrebbe potuto essere altrimenti, perché se gli aiuti non fossero stati "anche" di natura militare non ci sarebbe stato alcun bisogno di riunire un consiglio dei ministri per il loro invio! Infatti, solo in caso di aiuti di natura militare è obbligatorio un via libera ufficiale del governo.


