Tra blackout, purghe economiche e minacce militari, il regime di Teheran affronta la crisi più grave degli ultimi decenni. Sullo sfondo, la pressione di Stati Uniti e Israele mentre  sostegno dell'Iran si parla — seppur non confermato — di un sostegno cinese.

Pende come un macigno sul potere teocratico iraniano l'accusa della repressione più sanguinosa della sua storia recente. A questa si somma una minaccia sempre meno teorica: un intervento militare da parte di Stati Uniti e Israele. Teheran risponde come sa fare da sempre: forza, silenzio e isolamento. Il risultato è un blackout digitale che ha escluso dalla rete circa novanta milioni di cittadini, tagliando il Paese fuori dal mondo.

Il bilancio delle vittime delle proteste esplose a inizio gennaio resta incerto. Le cifre ufficiali parlano di 3.117 morti, ma secondo le organizzazioni internazionali per i diritti umani il numero reale supererebbe le 5mila vittime. Una repressione brutale che la leadership giustifica come difesa dell'unità nazionale contro nemici esterni pronti a “divorare” l'Iran.

È una narrazione che può sembrare realistica, ma che serve a un obiettivo preciso: cancellare la responsabilità politica e trasformare decisioni consapevoli in presunte necessità storiche. Un meccanismo già visto altrove. Donald Trump ha sostenuto che senza il controllo statunitense della Groenlandia sarebbe intervenuta la Cina. Vladimir Putin ha giustificato l'invasione dell'Ucraina affermando che la Nato avrebbe attaccato la Russia. Cambiano i contesti, non la logica.

Sedate le proteste di piazza, il potere è passato alla fase successiva: epurazioni mirate e punizioni esemplari. Non più solo intellettuali, artisti e sportivi, ma anche imprenditori e settori chiave dell'economia, accusati di aver sostenuto gli scioperi che hanno paralizzato bazar e attività commerciali. È il caso di Mohammad Saeedinia, arrestato con l'accusa di aver finanziato i manifestanti e colpito con la confisca di beni per oltre 20 milioni di dollari.

Nel mirino anche chi ha espresso dubbi sulle scelte del regime. Alireza Rafiee, amministratore delegato di IranCell, il principale operatore di telefonia mobile del Paese, è stato rimosso dopo aver manifestato riserve sull'oscuramento della rete. Il quotidiano riformista Hammihan è stato sospeso per aver pubblicato contenuti vietati, tra cui un rapporto sulle incursioni delle forze di sicurezza negli ospedali.

L'appello alla “cooperazione” lanciato dalla Guida Suprema Ali Khamenei ha avuto un effetto immediato: tutte le interrogazioni parlamentari sono state cancellate. Ma mentre il regime tenta affannosamente di ristabilire il controllo interno, lo scenario regionale si fa sempre più incandescente.

Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato il dispiegamento di una massiccia flotta navale verso il Golfo Persico. Una dimostrazione di forza che ha riacceso lo spettro di un conflitto diretto. Il gruppo d'attacco della portaerei USS Abraham Lincoln, proveniente dal Mar Cinese Meridionale, ha attraversato l'Oceano Indiano dirigendosi verso il Mar Arabico. A supporto, sottomarini di classe Ohio armati con 154 missili Tomahawk e bombardieri stealth B-2 schierati nella base strategica di Diego Garcia.

La risposta di Teheran è stata immediata. I vertici dei Guardiani della Rivoluzione hanno dichiarato di avere il “dito sul grilletto” e minacciato una “guerra totale” contro interessi americani e israeliani in tutta la regione. Una retorica rivolta all'esterno, ma utile anche a compattare il fronte interno del regime. Non a caso, durante la giornata celebrativa dei Guardiani, tutti i comandanti hanno ripetuto lo stesso messaggio.

Le tensioni hanno già effetti concreti. Migliaia di passeggeri sono rimasti a terra dopo che compagnie come KLM, Lufthansa e Air France hanno sospeso i voli verso Tel Aviv, Dubai e Riyadh, evitando lo spazio aereo iraniano e iracheno per il rischio di attacchi missilistici o con droni.

I continui cambi di posizione del presidente statunitense rendono difficile prevedere gli sviluppi. Gli scenari più probabili restano due: una guerra di logoramento con attacchi mirati e chirurgici, oppure un isolamento economico totale, con la minaccia di Washington di imporre dazi del 25% a chiunque continui a commerciare con Teheran.

Una cosa, però, è chiara. L'obiettivo degli Stati Uniti non è salvare i manifestanti iraniani, ma modificare l'influenza dell'Iran negli affari regionali e nella politica di sicurezza. La convenienza geopolitica prevale su tutto. Lo dimostra il fatto che, mentre l'amministrazione Trump si prepara a deportare circa quaranta cittadini iraniani dagli Stati Uniti — tra cui due uomini gay che rischiano pene gravissime al rientro — il comandante del Centcom vola a Tel Aviv con un'agenda esclusivamente militare.

In questo contesto si inseriscono anche le notizie, non confermate, rilanciate da media mediorientali su un presunto ponte aereo militare cinese verso l'Iran. Secondo queste fonti, fino a 16 aerei cargo militari cinesi sarebbero atterrati in Iran nell'arco di appena 56 ore. Un'operazione che, se vera, potrebbe alterare gli equilibri regionali e sollevare interrogativi sul ruolo di Pechino in Medio Oriente. Al momento, però, non esistono conferme ufficiali.

Quasi in parallelo, l'arrivo notturno in Israele del generale Brad Cooper, comandante della Central Command statunitense, ha innalzato ulteriormente il livello di allerta nella regione. Secondo l'esercito israeliano, si sarebbe trattato di una breve tappa, legata alle difficoltà incontrate dagli Stati Uniti nello scenario siriano. Ma il tempismo non è passato inosservato.

Le proteste di piazza in Iran si sono temporaneamente affievolite, ma le cause profonde della crisi restano intatte. Inflazione, sanzioni, repressione e isolamento stanno logorando un Paese già stremato. La stabilità appare fragile, provvisoria.

L'Iran si trova oggi a un bivio netto: da un lato il rischio concreto di un conflitto aperto, dall'altro una trasformazione ancora tutta da scrivere. In mezzo, un regime che resiste con la forza e una popolazione che, nonostante tutto, non ha smesso di pagare il prezzo più alto.