Salute

Sanità, scontro aperto sulle “prescrizioni” agli infermieri: i medici alzano il muro

Altro che dettaglio tecnico. La parola “prescrivere” sta aprendo una frattura profonda nel sistema sanitario. Il Consiglio Nazionale della FNOMCeO ha approvato all’unanimità una mozione durissima contro lo schema di decreto del Ministero dell’Università e della Ricerca che istituisce tre nuove lauree magistrali per infermieri con competenze avanzate.

Nel mirino c’è un passaggio preciso: la possibilità per questi professionisti di “prescrivere trattamenti assistenziali” – presidi sanitari, ausili e tecnologie – in ambiti delicatissimi come l’infermieristica di famiglia e comunità, le cure neonatali e pediatriche e le terapie intensive.

Per i medici non è una sfumatura lessicale. È un confine.

Il nodo vero: chi può prescrivere?
La Federazione richiama l’articolo 7 della Legge 23 settembre 2025, n. 132: diagnosi, prognosi e terapia sono atti qualificanti ed esclusivi della professione medica. Punto.

E la prescrizione, ricordano, non è un atto amministrativo. È la conseguenza diretta di una diagnosi. Se la diagnosi è riservata ai medici, anche la prescrizione che ne discende non può essere sganciata da quell’atto.

Qui sta la contestazione politica e giuridica. Secondo la FNOMCeO, così com’è formulato, il decreto del Mur rischia di scardinare l’equilibrio delle competenze, introducendo una zona grigia che potrebbe generare conflitti professionali e contenziosi legali.

C’è poi un altro punto che brucia. Oggi alcune prescrizioni sono consentite solo a medici con specifica specializzazione. Un medico senza quel titolo non può farle. Nel nuovo impianto, invece, non sarebbe previsto un limite analogo per le nuove figure infermieristiche avanzate. Per i medici è una disparità evidente.

La controproposta: cambiare una parola per cambiare la sostanza
La richiesta della FNOMCeO è chiara: sostituire “prescrivere” con “richiedere”.

In concreto, l’infermiere con formazione avanzata potrebbe “richiedere trattamenti assistenziali quali presidi sanitari, ausili e tecnologie specifiche, in esito alla diagnosi del medico e dopo la sua prima prescrizione”. Non autonomia piena, dunque, ma operatività dentro un perimetro tracciato dal medico.

Non solo. La Federazione chiede di riportare il decreto nell’alveo della Legge 190/2014, che prevede un percorso di concertazione tra Governo, Regioni e rappresentanze professionali per definire ruoli e responsabilità delle professioni sanitarie. Tradotto: prima si discute, poi si ridefiniscono i confini.

Dietro la battaglia lessicale, un problema politico
La questione non è se gli infermieri debbano avere competenze più avanzate. Quelle già oggi sono fondamentali, soprattutto in un sistema sanitario sotto pressione cronica di personale e risorse.

Il punto è un altro: si può ampliare l’autonomia professionale senza ridefinire formalmente e in modo condiviso le responsabilità? Si può farlo per decreto, senza un confronto strutturato?

I medici dicono no. Temono un precedente pericoloso: una progressiva erosione di competenze che la legge attribuisce in via esclusiva alla professione medica. E avvertono che l’ambiguità normativa non rafforza il sistema, lo espone.

Dall’altra parte, il Governo punta a valorizzare competenze avanzate per rendere più efficiente l’assistenza territoriale e ospedaliera. Ma se l’obiettivo è snellire i percorsi di cura, la strada scelta rischia di trasformarsi in un terreno di scontro corporativo.

La Gazzetta Ufficiale è attesa a breve. Ma il conflitto è già esploso. E una cosa è certa: in sanità, le parole non sono mai solo parole. Sono potere, responsabilità e – soprattutto – conseguenze sui pazienti.

Autore Vincenzo Petrosino
Categoria Salute
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