La "deportazione" di Saif Abu Keshek e Thiago Avila chiude soltanto formalmente una vicenda che, in realtà, continua a sollevare interrogativi politici e giuridici enormi.
I due attivisti della Global Sumud Flotilla, rapiti dalla marina israeliana con un atto di pirateria in acque internazionali mentre la flotta tentava di raggiungere Gaza, sono stati espulsi dopo giorni di detenzione, interrogatori e accuse gravissime che però non hanno prodotto alcuna incriminazione.
Israele li ha definiti “provocatori professionisti”, sostenendo che sarebbero legati alla Popular Conference for Palestinians Abroad, organizzazione considerata vicina ad Hamas e sanzionata sia da Tel Aviv che da Washington. Eppure, alla fine dell’intera operazione, nessun tribunale ha formalizzato alcun capo d’accusa.
È proprio questo il nodo politico della vicenda: il confine sempre più sottile tra sicurezza nazionale e criminalizzazione dell’attivismo internazionale pro-palestinese. Perché se è vero che Israele rivendica il diritto di impedire violazioni del blocco navale imposto su Gaza, è altrettanto vero che l’intercettazione della flottiglia è avvenuta centinaia di miglia lontano dalle coste israeliane, al largo di Creta, in un tratto di Mediterraneo distante oltre mille chilometri dal territorio dello Stato ebraico. Un’azione che inevitabilmente non può che essere considerato diversamente se non un atto di pirateria.
Nel frattempo Gaza continua a rappresentare il centro di una catastrofe umanitaria che, nonostante tregue temporanee e annunci di incremento degli aiuti, resta sotto gli occhi del mondo. Organizzazioni umanitarie, Nazioni Unite e numerosi governi occidentali continuano a denunciare carenze di cibo, acqua, medicinali e carburante all’interno della Striscia devastata dalla guerra scoppiata dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. In questo scenario, iniziative come la Global Sumud Flotilla nascono precisamente per forzare l’attenzione internazionale su un genocidio che, per milioni di persone, si traduce ormai in una condizione di sopravvivenza permanente.
La gestione del caso Abu Keshek-Avila ha inoltre prodotto un effetto diplomatico tutt’altro che marginale. La Spagna ha convocato l’ambasciatore israeliano definendo la detenzione del cittadino spagnolo “inaccettabile e intollerabile”, mentre Brasile e Nazioni Unite hanno chiesto il rilascio immediato dei due attivisti. Parallelamente, Adalah — il gruppo legale che li ha assistiti — ha denunciato accuse pesantissime formulate durante gli interrogatori: “assistenza al nemico in tempo di guerra” e “appartenenza a organizzazione terroristica”. Accuse che, se confermate in un’aula giudiziaria, avrebbero potuto comportare conseguenze enormi, ma che si sono dissolte nel momento stesso in cui i due sono stati espulsi.
Ed è proprio questa sproporzione a rendere la vicenda simbolica. Da una parte un apparato militare e giudiziario che mobilita il linguaggio del terrorismo; dall’altra due attivisti che, una volta terminata la pressione diplomatica internazionale, vengono semplicemente caricati su un volo di rimpatrio. Nel mezzo restano sei giorni di detenzione descritti dagli stessi sostenitori come “brutali”, uno sciopero della fame, il rifiuto dell’acqua da parte di Abu Keshek e una campagna internazionale che ha trasformato il caso in un emblema della battaglia narrativa intorno a Gaza.
Le parole attribuite a Saif dopo il rilascio — “dobbiamo continuare a mobilitarci” — mostrano come questa vicenda sia destinata a diventare carburante politico per il movimento internazionale filo-palestinese. Il riferimento ai “migliaia di prigionieri palestinesi” detenuti nelle carceri israeliane e alla necessità di “spingere contro l’impero su tutti i fronti” inserisce infatti l’episodio dentro una narrazione molto più ampia: quella che interpreta il conflitto israelo-palestinese non soltanto come una guerra regionale, ma come il simbolo globale di uno scontro tra oppressione e resistenza.
Israele, dal canto suo, continua a considerare ogni tentativo di rompere il blocco navale come una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale, sostenendo che Hamas sfrutti anche i canali umanitari per rafforzare le proprie capacità operative. Tuttavia, più lo Stato ebraico continua nel perpetrare i propri crimini, più cresce, anche in Europa, la percezione che Israele abbia oltrepassato tutti i limiti della proporzionalità politica e morale.


