Con “Giorgia, la figlia del popolo” (Solferino, 256 pp., 18 euro, in uscita il 24 febbraio), Italo Bocchino firma un saggio destinato a far discutere. Il sottotitolo – Perché Meloni piace agli italiani – chiarisce l’obiettivo del volume: indagare le ragioni di un consenso che le urne hanno certificato e che i sondaggi hanno a lungo confermato.

Al centro c’è Giorgia Meloni, raccontata come leader capace di incarnare un’idea di popolarità autentica, radicata nell’appartenenza e nel linguaggio diretto. Secondo Bocchino, Meloni è percepita come “una di loro”: lontana dagli snobismi attribuiti a una certa élite progressista e insieme interprete del “sogno italiano”, l’ascesa costruita con determinazione e disciplina. Un percorso che richiama, per certi versi, quello di Silvio Berlusconi, ma che si distingue per una dimensione identitaria più marcata.

 Il libro ripercorre le tappe dell’esperienza politica della leader di Fratelli d’Italia, dagli anni della militanza fino a Palazzo Chigi, soffermandosi su stile comunicativo, postura pubblica e costruzione del consenso. Bocchino descrive il “melonismo” come una rivoluzione di velluto fondata su valori chiari e su una comunità politica coesa, temprata da sconfitte, scissioni e cambi di rotta. Non solo una leader, dunque, ma un gruppo dirigente legato da un percorso comune, di cui fanno parte figure come Arianna Meloni e Giovanbattista Fazzolari, protagonisti di aneddoti e retroscena che arricchiscono la narrazione.

È un ritratto partecipe, dichiaratamente non neutrale, che si inserisce nella riflessione già avviata dall’autore sul mutamento degli equilibri politici italiani. E tuttavia, proprio perché ambisce a spiegare le ragioni del successo, il saggio finisce inevitabilmente per misurarsi con la prova più severa: quella del governo.

Qui il terreno si fa più scivoloso. Le grandi promesse identitarie si confrontano con risultati che molti elettori giudicano insoddisfacenti. Il superamento della Legge Fornero è rimasto fermo ai box e l’età pensionabile continua ad allungarsi; salari e pensioni non hanno recuperato il potere d’acquisto eroso dall’inflazione; la sicurezza percepita resta un nervo scoperto in molte città, dove cresce la paura di uscire anche in pieno giorno; le liste d’attesa per un accertamento diagnostico sono ancora interminabili; sul fronte dell’immigrazione, i rimpatri degli irregolari non hanno prodotto quella svolta annunciata in campagna elettorale.

Sono nodi che incidono sulla vita quotidiana più di qualsiasi narrazione identitaria. Ed è su questo crinale che si gioca la distanza tra il racconto del consenso e la sua tenuta reale. Se la prima parte della legislatura è stata segnata dalla forza simbolica della leadership, la seconda sarà inevitabilmente misurata sulla capacità di trasformare le parole in risultati tangibili.

Perché alla fine, più delle categorie politiche e delle suggestioni narrative, contano le risposte concrete ai problemi concreti dei cittadini. E se queste continueranno a mancare, il libro di fine legislatura potrebbe avere un titolo ben diverso e ben più amaro: “Giorgia e il popolo tradito. Perché Meloni non piace più agli italiani”.