Politica

Vivere più a lungo, lavorare fino allo sfinimento. La trappola della longevità: anni guadagnati dalla scienza e rubati dalla politica!

Negli ultimi anni la longevità è stata celebrata come una delle più grandi conquiste della modernità. Vivere più a lungo, in teoria, dovrebbe rappresentare una vittoria della scienza, del progresso e del benessere collettivo. Eppure, nel dibattito pubblico italiano, questa conquista rischia di trasformarsi in un paradosso amaro: l’aumento della speranza di vita viene sempre più spesso tradotto non in anni di libertà, ma in più anni di lavoro.

L’ultimo esempio arriva dal sistema previdenziale italiano: l’età pensionabile continua a salire, agganciata meccanicamente all’aspettativa di vita. L’attuale governo ha già fissato il prossimo traguardo a 67 anni e 6 mesi nel 2029.  

La scienza, nel frattempo, ci racconta una verità meno trionfalistica di quanto si pensi. Nei Paesi occidentali l’aumento della speranza di vita sta rallentando. Nel Novecento la speranza di vita è cresciuta soprattutto grazie alla riduzione della mortalità infantile, alle vaccinazioni, agli antibiotici e alla prevenzione delle malattie cardiovascolari. Oggi, però, nelle popolazioni più longeve il principale fattore di rischio non è più una singola malattia, ma l’invecchiamento biologico stesso.

Gli studiosi sono chiari: senza una rivoluzione biologica capace di rallentare i processi cellulari dell’età, la durata media della vita tende a stabilizzarsi. Il tetto realistico si aggira attorno agli 87 anni: circa 90 per le donne, 84 per gli uomini.

Tradotto in termini brutali: se davvero l’età pensionabile dovesse un giorno arrivare a 70 anni, resterebbero mediamente appena 17 anni di vita dopo il lavoro. Sempre che quegli anni siano vissuti in salute.

Ed è qui che emerge la grande contraddizione del nostro tempo. Da un lato si alimenta il mito della longevità, con promesse di tecnologie anti-aging e di vite sempre più lunghe; dall’altro si ignora che vivere più a lungo non significa automaticamente vivere meglio. Obesità, diabete, sedentarietà, stress cronico, precarietà economica e disuguaglianze sociali stanno già erodendo la qualità della nostra esistenza.

 In questo scenario, continuare ad alzare l’età pensionabile appare meno come una misura di equità e più come una necessità contabile. Lo Stato risparmia, i bilanci reggono, i numeri tornano. Ma a quale prezzo? Il prezzo lo pagano i lavoratori e le classi medie, che vedono allontanarsi il diritto a una vecchiaia dignitosa.

La vera sfida non dovrebbe essere costringere gli italiani a lavorare più a lungo perché viviamo qualche anno in più. Dovrebbe essere garantire che quegli anni guadagnati siano anni di salute, autonomia e libertà. Una società civile non misura il proprio successo dal numero di anni che strappa alla morte, ma dalla qualità della vita che riesce a garantire ai suoi cittadini.

Perché una pensione non dovrebbe essere il premio di consolazione dopo una vita intera di sacrifici. Dovrebbe essere, semplicemente, il diritto a vivere con dignità e serenità il tempo che resta.

L’Italia è il Paese UE con l’età pensionabile più alta: 67 anni e 6 mesi. 

 L’Italia è il Paese UE con gli stipendi & le pensioni più bassi.

Lavoriamo di più, guadagniamo di meno…

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Autore Freeskipper Italia
Categoria Politica
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