Povertà e sofferenza psichica non sono due problemi separati: si alimentano a vicenda e finiscono per chiudere le persone in un “circolo” di vulnerabilità, esclusione e diritti negati. È il quadro che emerge dalla sintesi del rapporto “Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati”, realizzato da Caritas Italiana con la Conferenza Permanente per la Salute nel Mondo Franco Basaglia.
La “via italiana” e l'involuzione dei servizi
Il documento ricorda l'unicità del percorso italiano avviato dagli anni Sessanta e sancito dalla legge 180 del 1978: chiusura dei manicomi, centralità dei diritti, trattamenti volontari, TSO come estrema ratio, e costruzione di una rete territoriale (Centri di Salute Mentale, SPDC negli ospedali generali, soluzioni residenziali leggere). Nel 2017 si è chiusa anche la stagione degli OPG, sostituiti dalle REMS, con l'obiettivo di spostare l'asse dalla custodia al progetto terapeutico individuale.
Ma oggi il rapporto parla di una “preoccupante involuzione”: ritorno a pratiche più prestazionali e biologiche, aumento di contenzione e coercizione, indebolimento dei servizi territoriali, crescita del peso del privato e nuove disuguaglianze tra Regioni. I Centri di Salute Mentale, si legge, tendono a funzionare sempre più come ambulatori con orari ridotti e meno visite domiciliari; gli SPDC risultano spesso sovraccarichi e con tratti custodialistici.
Soldi pochi, fabbisogni enormi
Un passaggio centrale riguarda il sottofinanziamento. La legge di bilancio 2026 prevede risorse per la salute mentale pari a 80 milioni nel 2026, 85 nel 2027 e 90 nel 2028; di questi, solo 30 milioni sarebbero destinati al personale. Il fabbisogno stimato dalla SIEP viene indicato in circa 785 milioni di euro. Intanto l'investimento in salute mentale resta attorno al 2,9% della spesa sanitaria complessiva (dato 2023), con forti divari territoriali.
I numeri del disagio: giovani e donne i più colpiti
Sul fronte epidemiologico, la fotografia è ampia: la prevalenza di “almeno un disturbo mentale” nel corso della vita viene stimata tra 18,6% e 28,5%, mentre negli ultimi 12 mesi tra 7,3% e 15,6%. La depressione maggiore riguarda 10–17% nel corso della vita e 2,6–3% nell'ultimo anno; i disturbi d'ansia 11–17% nella vita e 3–5% su base annuale; i disturbi psicotici restano più rari ma stabili (3–6 casi ogni 1.000 abitanti). In quasi tutti i dati emerge un forte divario di genere, con ansia e depressione più frequenti tra le donne.
Il rapporto segnala anche l'impatto della pandemia come acceleratore di fragilità già presenti. L'Indice di salute mentale ISTAT nel 2024 è 68,4 (scala 0–100), ma il dato “medio” nasconde il peggioramento tra i più giovani: tra i 14–19 anni l'indice cala di 1,6 punti rispetto al 2016, con una discesa più netta tra le ragazze (-2,3) rispetto ai ragazzi (-0,8). A pagina 4 è riportato anche il grafico con l'andamento 2016–2024.
Sul versante dei servizi, tra 2019 e 2023 gli utenti adulti dei servizi psichiatrici passano da 826mila a 854mila (+3%). Crescono le richieste di aiuto da parte di cittadini stranieri residenti (circa +20% nello stesso periodo), mentre diminuiscono le persone seguite dai Centri di Salute Mentale (circa -60mila), segno di uno spostamento dall'assistenza territoriale verso altre risposte, incluse quelle specialistiche e il privato accreditato.
Il disagio giovanile emerge anche nei dati più drammatici: tra 2015 e 2022 i suicidi aumentano nelle classi di età più giovani, con una forte impennata nel 2021 (circa 80 decessi in più rispetto al 2020), livello sostanzialmente mantenuto nel 2022.
La lettura Caritas: “povertà cumulata” e solitudini radicali
Il capitolo dedicato all'osservatorio Caritas rende concreta la connessione tra fragilità economica e sofferenza psichica. Nel 2024 la rete Caritas ha incontrato 277.775 persone; il 14,6% presentava una vulnerabilità sanitaria. La sofferenza mentale viene rilevata nel 4,4% degli assistiti (dato che il rapporto considera probabilmente sottostimato per stigma e difficoltà di emersione). Le persone seguite nel 2024 con sofferenza psicologica sono 7.742: prevalgono problematiche psicologico-relazionali (38,5%), poi disturbi depressivi (28,9%) e patologie psichiatriche (26,8%).
Un dato spicca: nell'ultimo decennio i casi con disturbi depressivi tra le persone accolte Caritas aumentano del +154%, molto più della crescita complessiva dell'utenza. E quasi l'80% di chi vive disagio psicologico presenta tre o più ambiti di bisogno (lavoro, casa, salute, relazioni, istruzione, dipendenze), cioè una “povertà cumulata” che rende la presa in carico più complessa. Circa il 40% è seguito da Caritas da cinque anni o più, segno di cronicizzazione.
Dai focus group con operatori e dai colloqui con familiari emerge un'altra parola chiave: solitudine. E insieme l'idea di una “povertà dei servizi”: attese lunghe, barriere di accesso, costi elevati per comunità e psicoterapia, rischio di “istituzionalizzazione mascherata” nel privato. La Caritas, si sottolinea, finisce spesso per fare da ponte tra persone invisibili e istituzioni, ma con un carico emotivo enorme per volontari e operatori.
Instagram, la salute mentale come identità collettiva (e come disuguaglianza)
Il rapporto dedica spazio anche al ruolo dei social. Una ricerca su Instagram (giugno 2024–maggio 2025) analizza 1.715 post pubblici e commenti: le fonti più visibili non sono istituzioni e politica, ma professionisti, organizzazioni e poi influencer/creator. Tra i temi dominano i disturbi alimentari (707 occorrenze), poi riferimenti generici ai disturbi mentali (513), DOC (508), ansia (449) e depressione (438); disturbi più complessi, come la schizofrenia, sono molto meno visibili (154).
Il punto non è solo comunicativo: nei commenti emerge una “nuova” forma di stigma, economico. La salute mentale è riconosciuta come bisogno fondamentale, ma l'accesso alle cure viene percepito come privilegio per chi può pagare la terapia privata. E la sofferenza diventa anche linguaggio politico per raccontare precarietà, salari bassi e mancanza di prospettive.
Che cosa chiede il rapporto: integrazione e diritti
Sul piano delle politiche, la cornice normativa italiana (leggi 833/1978 e 328/2000, LEA/LEPS) sarebbe teoricamente solida, ma l'attuazione è disomogenea e frammentata. PNRR e Piano d'Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025–2030 rilanciano l'integrazione socio-sanitaria, ma il rapporto segnala limiti: poche risorse aggiuntive dedicate, molta delega alle Regioni, indicazioni generiche e monitoraggi più centrati sui processi che sugli esiti reali per le persone.
Tra gli snodi operativi indicati: Ambiti Territoriali Sociali, Dipartimenti di Salute Mentale, Case della Comunità e Punti Unici di Accesso, Unità di Valutazione Multidimensionale. E tra gli strumenti: il budget di salute per progetti personalizzati (casa, lavoro, relazioni) e il progetto di vita, oggi spesso limitati a sperimentazioni locali.
La conclusione è politica e civile: se povertà e disagio mentale crescono insieme, rispondere solo con prestazioni sanitarie non basta. Servono servizi territoriali forti, integrazione vera, risorse stabili, standard nazionali vincolanti e partecipazione delle persone. Perché la salute mentale, insiste il rapporto, non è una questione “individuale”: è bene comune e misura della giustizia sociale.
Fonte: www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2026/02/SINTESI_Rapporto-poverta-e-salute-1.pdf


