Esteri

Tensioni USA-Israele sulla Cisgiordania: il nodo irrisolto tra violenze dei coloni, insediamenti e Autorità Palestinese

Durante l'incontro tenutosi lunedì a Mar-a-Lago tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sono emerse divergenze significative sulle attività israeliane in Cisgiordania. Secondo un alto funzionario statunitense contattato da media israeliani, Washington ha espresso preoccupazione per tre questioni centrali: l'aumento incontrollato delle violenze dei coloni israeliani, l'espansione degli insediamenti e il blocco da parte di Israele delle entrate fiscali destinate all'Autorità Palestinese.

Le discussioni, pur definite “cordiali”, hanno messo in evidenza il timore dell'amministrazione Trump che l'instabilità in Cisgiordania possa compromettere gli sforzi per stabilizzare la Striscia di Gaza e per ampliare gli Accordi di Abramo. Trump stesso ha ammesso pubblicamente l'esistenza di disaccordi con Netanyahu sul tema, sottolineando però la volontà di arrivare a una “conclusione” condivisa.

Uno dei punti più delicati riguarda le entrate fiscali che Israele (Stato occupante) riscuote per conto dell'Autorità Palestinese. Dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, il governo israeliano ha più volte sospeso i trasferimenti, sostenendo — soprattutto per voce del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich — che tali fondi finiscano per aiutare il terrorismo. Smotrich ha apertamente dichiarato di voler provocare il collasso dell'Autorità Palestinese attraverso una strategia di “strangolamento economico”, per impedire la nascita di uno Stato palestinese. Gli Stati Uniti, al contrario, stanno facendo pressione su Israele affinché sblocchi queste risorse, dato che il governo di Ramallah è ormai sull'orlo del collasso finanziario.

Sul terreno, la situazione resta grave. Nell'ultimo anno si è registrata un'impennata degli attacchi compiuti da coloni ebrei contro civili palestinesi e le loro proprietà. L'esercito israeliano ha documentato oltre 752 episodi di violenza dall'inizio dell'anno, superando già il totale del 2024. Questi attacchi avvengono quasi quotidianamente e, secondo numerosi osservatori, raramente portano a procedimenti giudiziari o condanne, poiché il governo israeliano, il più a destra nella storia del Paese, tollera e promuove quelle violenze.

Non per nulla, Israele continua a rafforzare la propria presenza civile in Cisgiordania. Solo la scorsa settimana sono stati annunciati 11 nuovi insediamenti e la legalizzazione di otto avamposti. Le Nazioni Unite hanno segnalato che l'espansione degli insediamenti ha raggiunto il livello più alto almeno dal 2017, ribadendo che tali costruzioni sono del tutto illegali secondo il diritto internazionale. 

Nonostante queste frizioni, entrambe le parti hanno descritto l'incontro come estremamente positivo. Un alto funzionario israeliano lo ha definito “il migliore” tra i sei tenuti da Trump e Netanyahu da quando il presidente è tornato alla Casa Bianca. Durante la conferenza stampa congiunta a Mar-a-Lago, i due leader hanno parlato di “molte conclusioni” raggiunte su dossier cruciali, dalla minaccia iraniana alla gestione di Hamas e Hezbollah.

Il clima pubblico è stato di reciproca lode: Trump ha definito Netanyahu un “primo ministro in tempo di guerra” che ha svolto “un lavoro fenomenale”. Ma dietro i sorrisi, la Cisgiordania resta un punto di frizione serio e irrisolto, destinato a pesare sui rapporti tra Washington e Gerusalemme nei prossimi mesi.

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
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