Nel cuore del dibattito sulle pensioni italiane si cela un paradosso inaccettabile: chi ha saputo coniugare lavoro e studio, dimostrando merito e resilienza, viene oggi penalizzato dal sistema previdenziale che lo esclude dalla possibilità di poter riscattare gli anni di università frequentati durante l’attività lavorativa.

Il tema del riscatto pensionistico degli anni di studio universitario svolti durante l’attività lavorativa rappresenta oggi una sfida di giustizia sociale, coerenza e responsabilità. In un sistema previdenziale fondato sul principio contributivo, con le casse dell'Inps che suonano a vuoto e il Paese che affronta sfide demografiche e sociali senza precedenti, è paradossale che chi ha dimostrato impegno e capacità di conciliare lavoro e formazione venga penalizzato, anziché valorizzato.

Studiare mentre si lavora non è un percorso semplice. Richiede sacrifici personali e familiari, resilienza e una forte motivazione a migliorarsi, non solo per sé, ma anche per la società. Chi riesce a laurearsi in queste condizioni dimostra merito e senso di responsabilità, costruendo competenze che arricchiscono il tessuto produttivo e professionale del Paese. Questo non può e non deve essere visto come un costo, bensì come un investimento prezioso per un mercato del lavoro più dinamico, aggiornato e competitivo.

Eppure, la normativa vigente continua ad escludere questi lavoratori-studenti dal diritto al riscatto pensionistico degli anni universitari frequentati. Un’esclusione anacronistica, che non tiene conto della crescente centralità del lifelong learning – la formazione continua – riconosciuta a livello europeo come leva indispensabile per rispondere alle sfide occupazionali, demografiche e tecnologiche dei nostri tempi.

Con il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, si è affermato un principio chiaro: ogni contributo versato è fondamentale per costruire un futuro previdenziale solido e giusto.

È dunque incoerente e ingiusto negare il riscatto a chi, con fatica, ha conciliato studio e lavoro. L’estensione del riscatto agli anni di studio svolti durante l’attività lavorativa rappresenterebbe, invece, un atto di equità che non grava sui conti pubblici, poiché il riscatto è un istituto oneroso autofinanziato dall’individuo stesso. In altre parole, si tratta di un investimento personale che aumenta il montante contributivo, rafforzando così il sistema nel suo complesso.

In un contesto caratterizzato da una denatalità preoccupante, da un innalzamento costante dell’età pensionabile e da un mercato del lavoro frammentato e incerto, questa riforma potrebbe avere effetti virtuosi: amplierebbe la base contributiva, favorirebbe il risparmio previdenziale privato e, soprattutto, ridurrebbe le disuguaglianze tra chi ha potuto permettersi di studiare a tempo pieno e chi, invece, ha dovuto conciliare studio e lavoro, spesso rinunciando a molte opportunità.

Non si tratta dunque di una battaglia egoistica, ma di una battaglia collettiva per la dignità, la giustizia sociale e la sostenibilità del sistema pensionistico. La proposta è concreta e realizzabile: basterebbe inserire un adeguato emendamento normativo, magari nella legge di bilancio o in un disegno di legge organico sulla riforma delle pensioni, per riconoscere il riscatto anche agli anni di laurea conseguiti lavorando.

Non ci sarebbero costi insostenibili, perché l’onere verrebbe coperto da chi sceglie volontariamente di riscattare quegli anni, in piena coerenza con la logica contributiva che ispira il nostro sistema previdenziale. È tempo di una decisione politica coraggiosa, capace di riconoscere il valore del lavoro e della formazione continua, di premiare la responsabilità individuale e di rafforzare la fiducia nel principio di uguaglianza sostanziale sancito dall’articolo 3 della Costituzione.

Chiediamo una riforma di civiltà, equa, pragmatica e in grado di garantire maggiore coerenza tra il percorso di vita, l’istruzione e le future prestazioni assicurative. Perché riscattare gli anni di laurea conseguiti lavorando significa dare valore al merito, alla dignità e alla sostenibilità di un sistema pensionistico che deve essere davvero di tutti.