Ricordo di don Pino Puglisi. Vincenzo Musacchio: “La Chiesa può fare di più”
L'opera del sacerdote palermitano, beatificato di recente, si fondava sulla condanna radicale delle organizzazioni criminali come male non solo spirituale ma anche sociale. Invitava alla conversione e allontanava i mafiosi dalla comunità di fedeli, anche attraverso l’interdizione dai sacramenti nei casi più gravi, come espressamente affermato e voluto da Papa Francesco.
La sua azione si incentrava fortemente sull'educazione alla legalità, la sensibilizzazione delle coscienze, il supporto alle vittime, la sottrazione dei simboli religiosi dal controllo mafioso e un'azione culturale premonitrice per sradicare il male e promuovere i valori di verità, giustizia e libertà. Figura assumibile a quella di don Giuseppe Diana, oggi rappresenta, sempre più spesso, una rara eccezione in un mare di silenzio e ignavia.
La Chiesa, a mio parere, si impegna ancora troppo poco per far comprendere alle persone che le mafie sono un male e a formare cittadini consapevoli e liberi. Potrebbe fare molto di più.
Negli oratori, nelle associazioni cattoliche, nel catechismo c’è un fievolissimo ricordo delle vittime di mafia e del dolore delle loro famiglie. Non vedo una Chiesa che lavori alacremente per tagliare le radici di connivenza e corruzione, liberando i simboli religiosi dal controllo mafioso. Il rapporto tra Chiesa e mafia è molto complesso e a volte, purtroppo, ambiguo, per cui, mi auguro che figure quali quelle di don Pino e don Peppe rendano sempre più consapevole del pericolo mafioso la Chiesa, conducendola verso posizioni più chiare e radicali.
A mio giudizio l'impegno della Chiesa non può ridursi solo ad una questione religiosa e morale. Deve assolutamente diventare un movimento culturale che miri a risvegliare le coscienze, promuovere la libertà e contrastare il compromesso morale e l'indifferenza tanto anelati da Paolo Borsellino verso la gioventù.