Economia

Pensioni, congelato l’aumento dell’età pensionabile (67 anni + 3 mesi): la beffa è che non vale per tutti

In attesa che arrivi una vera riforma previdenziale capace di archiviare per sempre la legge Fornero e restituire dignità al momento della pensione - con un’età di uscita non oltre i 65 anni e assegni in grado di garantire lo stesso tenore di vita degli ultimi stipendi - qualcosa inizia a muoversi. Ma il vero scossone arriverà solo a fine legislatura, quando gli elettori saranno chiamati alle urne e il giudizio sul governo si giocherà soprattutto su pensioni e stipendi: due temi che, piaccia o no, restano la cartina di tornasole della credibilità di chi governa.

Il congelamento dell’aumento automatico di tre mesi dell’età pensionabile, previsto per il 2027, rappresenta una scelta politica ed economica di grande rilevanza, che mette in luce le difficoltà di coniugare la sostenibilità delle finanze pubbliche con la tutela dei diritti dei lavoratori e il senso di equità sociale.

La decisione del governo di congelare questo scalino – seppure solo per una parte dei lavoratori, ossia per chi nel 2027 avrà già compiuto 64 anni – riflette un tentativo di mediazione tra esigenze opposte, ma rischia di lasciare irrisolti molti nodi strutturali.

Da un lato, la sospensione dell’aumento dell’età pensionabile è una risposta concreta al malessere sociale e alle promesse elettorali, che avevano fatto sperare ad un superamento della rigidità introdotta dalla Legge Fornero.

Dall’altro, l’applicazione differenziata della misura – che esclude chi non avrà raggiunto i 64 anni – svela una scelta tattica volta a contenere il costo economico, riducendo la platea dei beneficiari da un miliardo a circa 300 milioni l’anno. Un risparmio sostanziale che dimostra quanto sia delicato trovare un equilibrio tra sostenibilità dei conti pubblici e giustizia sociale.

Il fatto che alcuni lavoratori, pur avendo maturato lunghi periodi contributivi, si vedano comunque applicare l’aumento dell’età pensionabile è un elemento di possibile ingiustizia percepita. In un contesto in cui la vita lavorativa è già prolungata e la qualità del lavoro non è sempre garantita, si corre il rischio di alimentare nuove tensioni sociali.

Non meno importante è la questione legata ai coefficienti di trasformazione, che regolano il calcolo della pensione: il congelamento dell’adeguamento all’aspettativa di vita senza modifiche ai coefficienti potrebbe portare a un taglio significativo delle pensioni, con effetti non facilmente sostenibili per molti.

Parallelamente, la manovra studia interventi anche sull’Irpef, con un alleggerimento fiscale che, seppur benvenuto, appare poco calibrato rispetto alle disuguaglianze di reddito. L’idea di evitare che il beneficio arrivi a chi non ne ha bisogno – cioè i contribuenti con redditi molto alti – è un segnale positivo, ma solleva l’ennesima questione: quanto siamo pronti a un fisco davvero progressivo e capace di incidere sulle disuguaglianze?

Il governo si trova dunque davanti a una vera e propria maratona politica e tecnica: tra il confronto con le istituzioni europee, le agenzie di rating e le aspettative degli italiani, la manovra deve realizzare obiettivi ambiziosi senza compromettere la stabilità dei conti pubblici. In questa partita, il tema delle pensioni resta uno dei più scottanti, capace di incidere profondamente sul futuro di milioni di lavoratori e pensionati.

La sfida è chiara: costruire un sistema previdenziale che sia sostenibile, ma anche equo, capace di garantire una vecchiaia dignitosa senza gravare eccessivamente sulle nuove generazioni. Un equilibrio che si ottiene solo con scelte coraggiose, trasparenti e condivise, e non con congelamenti temporanei o misure a metà. Il rischio è che si continui a rimandare il vero confronto sulla riforma delle pensioni e della fiscalità, alimentando sfiducia e divisioni, mentre l’Italia ha bisogno, ora più che mai, di risposte solide e lungimiranti.

Autore Gregorio Scribano
Categoria Economia
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