Sanità, la grande riforma che si è sciolta al sole: del piano del governo Meloni restano sei ore e molti dubbi
Doveva essere la rivoluzione della medicina territoriale. Doveva ridisegnare il ruolo dei medici di famiglia, modernizzare il Servizio sanitario nazionale, dare finalmente un senso alle Case della comunità finanziate dal Pnrr e trasformare l'assistenza sul territorio. Alla fine, però, la montagna ha partorito il proverbiale topolino. E neppure particolarmente robusto.
La tanto annunciata riforma dei medici di medicina generale, presentata appena due mesi fa come uno degli interventi strategici del governo Meloni sulla sanità, sembra infatti essersi progressivamente sgonfiata fino a ridursi a un unico punto: l'obbligo per i medici di famiglia di garantire sei ore settimanali nelle Case della comunità. Tutto il resto, almeno per ora, finisce in un cassetto.
La fotografia emerge dall'incontro che si è svolto tra gli assessori regionali alla Salute e il Capo di gabinetto del Ministero della Salute, Marco Mattei, dopo che Palazzo Chigi ha deciso di frenare sull'ipotesi di procedere attraverso un decreto legge. Una frenata che racconta molto più di quanto il governo sia disposto ad ammettere.
LA RIFORMA CHE NON C'È PIÙ
Quando il progetto era stato illustrato, l'obiettivo dichiarato era ambizioso: intervenire in maniera organica sul rapporto tra medici di famiglia e Servizio sanitario nazionale, ridefinire l'organizzazione dell'assistenza territoriale e affrontare il problema cronico della carenza di professionisti.
Oggi, di quella narrazione resta ben poco.
L'ipotesi della cosiddetta "dipendenza residuale" dei medici di famiglia viene accantonata. La riforma della formazione specialistica in medicina generale viene rinviata. Il nuovo sistema di remunerazione viene rimandato a un futuro disegno di legge. In altre parole, tutte le questioni più delicate e strutturali vengono spostate in avanti, affidate a percorsi legislativi lunghi, complessi e dall'esito tutt'altro che garantito.
Un copione ormai familiare nella stagione politica del governo Meloni: grandi annunci iniziali, toni trionfalistici, conferenze stampa e dichiarazioni solenni, seguiti da una lunga serie di rinvii, compromessi e ridimensionamenti.
IL MURO DEI SINDACATI E LA RETROMARCIA DI PALAZZO CHIGI
A determinare il brusco cambio di rotta è stato innanzitutto il netto rifiuto delle organizzazioni sindacali dei medici di famiglia.
Di fronte alla prospettiva di uno scontro frontale, Palazzo Chigi avrebbe scelto una linea più prudente. Tradotto dal linguaggio politico: meglio evitare un conflitto che rischiava di trasformarsi in un nuovo problema mediatico per un governo che già fatica a difendere i risultati ottenuti sul fronte della sanità pubblica.
Così il decreto legge è stato accantonato.
Una decisione che rappresenta una significativa sconfessione dell'impostazione originaria. Se una riforma viene presentata come urgente e indispensabile, ma poi si rinuncia allo strumento normativo più rapido disponibile, il messaggio che arriva è inevitabilmente contraddittorio.
LE CASE DELLA COMUNITÀ: CATTEDRALI NEL DESERTO?
Sul tavolo resta soprattutto la questione delle Case della comunità, uno dei pilastri del Piano nazionale di ripresa e resilienza.
L'obiettivo europeo era chiaro: creare una rete territoriale capace di alleggerire la pressione sugli ospedali e offrire ai cittadini servizi di prossimità.
Il problema è che molti di questi edifici rischiano di essere completati senza avere il personale necessario per funzionare pienamente.
Da qui l'idea di imporre ai medici di famiglia una presenza minima settimanale.
Ma anche questo punto resta tutt'altro che risolto. Se l'obbligo verrà inserito nell'Atto di indirizzo per il rinnovo della convenzione, dovrà comunque passare attraverso una trattativa con i sindacati. Se invece si sceglierà una norma parlamentare, il percorso politico sarà tutt'altro che semplice.
In entrambi i casi, la certezza dell'applicazione resta lontana.
IL CASO BERTOLASO E LE DIMISSIONI CHE PESANO
A rendere ancora più evidente il clima di delusione è arrivata la reazione di Guido Bertolaso. L'assessore alla Sanità della Lombardia, considerato uno dei principali sostenitori della riforma, avrebbe manifestato forte contrarietà rispetto al ridimensionamento del progetto e avrebbe deciso di lasciare il ruolo di vice coordinatore della Commissione Salute delle Regioni.
Un gesto che assume inevitabilmente un significato politico.
Se persino uno degli artefici dell'iniziativa arriva a prendere le distanze dal risultato finale, significa che la distanza tra il progetto originario e il compromesso raggiunto è diventata enorme.
L'ETERNO PARADOSSO DELLA SANITÀ MELONI
L'episodio evidenzia un problema più generale che accompagna da tempo l'azione del governo sulla sanità.
Da una parte si moltiplicano gli annunci di riforme strutturali. Dall'altra, ogni tentativo di intervento profondo si scontra con resistenze, vincoli finanziari, rapporti di forza politici e tensioni con le Regioni.
Il risultato è spesso una politica fatta più di slogan che di cambiamenti concreti.
Nel frattempo restano irrisolti i problemi che cittadini e operatori sanitari affrontano quotidianamente: liste d'attesa interminabili, pronto soccorso sovraffollati, carenza di personale, difficoltà di accesso alle cure e crescente diseguaglianza territoriale tra Nord e Sud.
UNA LEZIONE POLITICA PER IL GOVERNO
La parabola della riforma dei medici di famiglia rischia così di diventare l'ennesimo esempio di una distanza crescente tra ambizioni proclamate e risultati effettivamente raggiunti.
La riforma era partita con l'obiettivo di ridisegnare la medicina generale italiana.
Oggi si discute principalmente di sei ore settimanali nelle Case della comunità.
Una riduzione che, più che un aggiustamento tecnico, assomiglia a una metafora perfetta della vicenda: una grande rivoluzione annunciata che, strada facendo, si è trasformata in un piccolo obbligo amministrativo.
E mentre il governo continua a rivendicare una stagione di grandi cambiamenti, la realtà sembra raccontare una storia diversa: quella di una riforma che, prima ancora di nascere, è già stata costretta a ridimensionarsi drasticamente.
Per i cittadini in attesa di una sanità territoriale più efficiente, il bilancio è difficile da ignorare. Dopo mesi di annunci e promesse, il cantiere della riforma appare più simile a una marcia indietro che a un passo avanti.