Non serve ipotizzare complotti o “piani occulti” per spiegare perché sempre più italiani percepiscono la sanità come un percorso a ostacoli: secondo la Fondazione GIMBE, basta leggere i dati per accorgersi che la privatizzazione del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è già una realtà, alimentata dall’indebolimento progressivo del pubblico e dall’espansione – silenziosa ma capillare – di molti soggetti privati.
La tesi, presentata da Nino Cartabellotta al Forum Risk Management di Arezzo (26 novembre 2025), è netta: quando il pubblico lascia vuoti (tempi, accesso, servizi territoriali), il privato li riempie. E lo fa in forme diverse, che spesso vengono confuse sotto un’unica etichetta: non solo “strutture private accreditate”, ma anche investitori, fondi e assicurazioni, terzi paganti, e partenariati pubblico-privato (PPP).
Che cosa significa “privato” in sanità: quattro mondi diversi sotto la stessa parola
GIMBE distingue quattro macro-categorie di soggetti privati:
- Erogatori (strutture che forniscono prestazioni sanitarie e socio-sanitarie)
- Investitori (fondi, banche, assicurazioni e gruppi che immettono capitali con obiettivi di rendimento)
- Terzi paganti (fondi sanitari, assicurazioni, casse, welfare aziendale)
- Contraenti PPP (soggetti privati in partenariati con aziende sanitarie/Regioni/enti pubblici).
Un punto importante: anche nel “non profit” possono rientrare realtà che nell’immaginario pubblico vengono percepite come attori orientati al profitto, con un effetto di confusione che rende più opache le responsabilità e le dinamiche.
Due privatizzazioni che avanzano insieme: spesa e produzione
Secondo l’analisi, la privatizzazione procede su due binari:
- Privatizzazione della spesa: cresce (o resta strutturalmente alta) la quota pagata direttamente dai cittadini (out-of-pocket).
- Privatizzazione della produzione: aumenta il peso dei privati nell’offerta di servizi e prestazioni, soprattutto in alcuni settori chiave del welfare sanitario.
1) Privatizzazione della spesa: 41,3 miliardi e rinunce in aumento
Quasi un euro su quattro lo mettono le famiglie
Nel 2024 la spesa sanitaria out-of-pocket arriva a 41,3 miliardi di euro, pari al 22,3% della spesa sanitaria totale. È una quota che – sottolinea GIMBE – da 12 anni supera stabilmente il 15% raccomandato dall’OMS, soglia oltre la quale aumentano i rischi per equità e accessibilità alle cure.
In valore assoluto, la spesa a carico dei cittadini cresce da 32,4 miliardi (2012) a 41,3 miliardi (2024), restando comunque su livelli molto elevati (circa 21,5–24,1% della spesa totale). La conseguenza politica implicita è dura: senza dichiararlo, l’Italia starebbe già funzionando come un “servizio sanitario misto”, dove una parte rilevante della tutela dipende dalla capacità di pagare.
La spesa privata non “misura” più solo le carenze del pubblico: misura anche l’impoverimento
C’è un passaggio che ribalta la lettura tradizionale: l’out-of-pocket non cresce indefinitamente perché le famiglie hanno un limite economico. GIMBE evidenzia che le rinunce alle prestazioni passano da 4,1 milioni (2022) a 5,8 milioni (2024). In parallelo, nel 2024 (dato riportato nel documento) 5,7 milioni di persone vivono in povertà assoluta e 8,7 milioni in povertà relativa. Il messaggio è chiaro: non è detto che “più privato” significhi “più spesa privata”, perché cresce anche la quota di chi semplicemente rinuncia.
Chi “incassa” i soldi dei cittadini: farmacie, professionisti, privato accreditato e “privato puro”
Grazie ai dati del Sistema Tessera Sanitaria (2023, ultimo anno disponibile nel documento), GIMBE ricostruisce la destinazione dei 43 miliardi di spesa sanitaria privata:
- Farmacie: 12,1 mld
- Professionisti sanitari: 10,6 mld (di cui 5,8 mld odontoiatri e 2,6 mld medici)
- Strutture private accreditate: 7,6 mld
- Privato “puro” (non accreditato/non convenzionato): 7,2 mld
- Strutture pubbliche (intramoenia e altro): 2,2 mld.
Il significato politico è uno dei nuclei dell’analisi: una parte crescente di cittadini, non trovando risposte tempestive nel perimetro SSN, esce dalla tutela pubblica e compra direttamente prestazioni sul mercato.
2) Privatizzazione della produzione: il privato accreditato è “spina dorsale” di interi settori
Strutture: 58% private accreditate, con dominio in RSA e riabilitazione
Secondo l’Annuario Statistico del Ministero della Salute (dati 2023 riportati da GIMBE), su 29.386 strutture sanitarie censite, il 58% (17.042) è composto da strutture private accreditate, contro il 42% (12.344) di strutture pubbliche.
La distribuzione per tipologia di assistenza mostra dove il baricentro si è già spostato:
- Assistenza residenziale: privato accreditato 85,1%
- Riabilitazione: 78,4%
- Semi-residenziale: 72,8%
- Specialistica ambulatoriale: 59,7%.
In sintesi: ospedali e ambulatori sono ancora “contesi”, ma su RSA, residenzialità e riabilitazione il privato accreditato è già, nei fatti, il pilastro portante.
Dal 2011 al 2023: il pubblico si contrae di più, e in alcuni ambiti il privato cresce molto
GIMBE ricostruisce l’evoluzione del numero di strutture (2011–2023). In ospedali e specialistica ambulatoriale diminuiscono entrambi (pubblico e accreditato), ma il pubblico cala di più. Nelle altre aree, invece, il quadro cambia radicalmente:
- Residenziale: pubblico -19,1%, privato accreditato +41,3%
- Semi-residenziale: pubblico -11,7%, privato +35,8%
- Riabilitazione: pubblico +5,3%, privato +26,4%.
Qui sta uno degli snodi più delicati: quando un settore diventa strutturalmente dipendente dall’accreditato, la capacità pubblica di “governare” l’offerta (qualità, appropriatezza, volumi, tariffe, equità territoriale) diventa decisiva. E se la governance è debole o le risorse sono insufficienti, il sistema tende a generare distorsioni.
Il privato convenzionato “domina” ma mostra segni di crisi: tariffe ferme, tetti e convenzioni in tensione
Spesa pubblica al privato accreditato: cresce in valore, cala in peso percentuale
Tra 2012 e 2024 la spesa pubblica destinata al privato convenzionato aumenta di 5.333 milioni (+22,8%), passando da 23.376 milioni a 28.709 milioni. Ma il suo peso sulla spesa sanitaria totale scende fino al minimo storico del 20,8% nel 2024.
GIMBE interpreta questa dinamica come “sofferenza” del privato convenzionato e, insieme, come esito di scelte politiche: espansione dell’accreditato in varie Regioni senza risorse adeguate e con tariffe di rimborso ferme, creando squilibri e conflitti su tetti di spesa e volumi, fino a convenzioni ridimensionate o interrotte.
Differenze regionali: Lazio al 29,3%, Valle d’Aosta al 7,7%
Nel 2023 (dato Ragioneria Generale dello Stato richiamato nel documento), la quota di spesa pubblica destinata al privato convenzionato supera la media nazionale in 6 Regioni; i valori citati vanno dal 22% della Puglia al 29,3% del Lazio, mentre in altre si scende fino al 7,7% della Valle d’Aosta.
Nota politica ulteriore: le Regioni in Piano di rientro risultano quelle con quota più alta destinata al privato convenzionato (23,9%), contro 18,9% delle Regioni non in Piano di rientro e 11,7% delle Autonomie speciali (Sicilia esclusa).
Tetti di spesa: aumenti fino a 736 milioni annui dal 2026
Il documento segnala anche gli incrementi previsti dalle ultime leggi di bilancio: il tetto aumenta progressivamente fino a 613 milioni annui dal 2026, cui si aggiungerebbero ulteriori 123 milioni l’anno secondo la Manovra 2026, arrivando a 736 milioni annui dal 2026.
Il vero “boom” è il privato non convenzionato: +137% in sette anni
Se il dibattito pubblico resta spesso concentrato sul privato accreditato, GIMBE indica come fenomeno più allarmante la crescita del privato “puro”, cioè strutture non accreditate che lavorano esclusivamente a pagamento.
Tra 2016 e 2023 la spesa delle famiglie verso il privato non convenzionato passa da 3,05 miliardi a 7,23 miliardi: +137%, circa +600 milioni l’anno in media. Nello stesso periodo, la spesa delle famiglie verso il privato accreditato cresce del 45%. Risultato: il divario tra “privato puro” e “privato accreditato” quasi si azzera (da 2,2 miliardi nel 2016 a 390 milioni nel 2023).
La lettura è lineare: chi può pagare, per uscire dall’ingorgo delle liste d’attesa, cerca alternative fuori dal perimetro SSN; chi non può pagare, rinuncia. E il “secondo binario” si consolida.
Terzi paganti e investitori: l’altra privatizzazione, più invisibile
Terzi paganti: 6,36 miliardi nel 2024 e il nodo della defiscalizzazione
Nel 2024 la spesa intermediata dai “terzi paganti” arriva a 6,36 miliardi, con un aumento di oltre 2 miliardi nel triennio post-pandemia. Ma il punto politicamente sensibile è un altro: ai fondi sanitari integrativi e al welfare aziendale viene riconosciuta una defiscalizzazione il cui impatto complessivo sulla finanza pubblica – segnala GIMBE – non è reso pubblico né facilmente calcolabile, e potrebbe agire come “privatizzazione occulta” perché dirotta risorse pubbliche verso soggetti privati.
In più, dopo l’espansione degli anni scorsi, la sanità integrativa mostrerebbe limiti strutturali: con quasi 12 milioni di iscritti (2023), i fondi devono rimborsare sempre più prestazioni che il SSN non riesce a garantire, creando squilibri che mettono a rischio la sostenibilità del sistema stesso. “Può integrare un pubblico forte; se deve sostituirlo, rischia di affondare insieme al SSN”, è la sintesi del documento.
Investitori: capitale privato sì, ma senza regole il profitto può prevalere sulla salute
GIMBE registra anche l’aumento di fondi, assicurazioni, gruppi bancari e società attratti da trend di lungo periodo (invecchiamento, cronicità) e dall’alta redditività potenziale del settore. L’ingresso di capitali, avverte Cartabellotta, non va “criminalizzato”, ma senza regole e governance rigorosa aumenta il rischio di sbilanciamento tra obiettivo pubblico (tutela della salute) e obiettivo imprenditoriale (profitto). Particolarmente critica è la relazione tra investitore ed erogatore “puro”, che rafforza il “secondo binario” per chi può pagare direttamente o tramite assicurazioni.
La conclusione di GIMBE: o si rifinanzia il SSN, o si ammette la sanità a doppio binario
Il documento arriva a una conclusione politica senza ambiguità: in un contesto di arretramento del pubblico e crescita “sregolata” di soggetti privati, parlare di “integrazione pubblico-privato” rischia di diventare retorica se mancano risorse e regole. E se il Paese non considera più prioritario un SSN pubblico, equo e universalistico, la politica – sostiene GIMBE – dovrebbe almeno dirlo apertamente e governare con rigore la transizione, invece di lasciarla procedere per inerzia, producendo disuguaglianze e trasformando i diritti in privilegi.
Le proposte operative indicate nel documento
GIMBE afferma che invertire la rotta è ancora possibile, ma richiede scelte strutturali:
- Rifinanziamento stabile e consistente del SSN
- Un paniere di LEA compatibile con le risorse disponibili
- Un “secondo pilastro” che sia realmente integrativo (non sostitutivo) e che non dirotti fondi pubblici verso profitti privati o consumismo sanitario
- Un rapporto pubblico-privato governato da regole pubbliche chiare, puntando a vera integrazione e non competizione sterile.
Il punto finale, forse il più politico, resta quello che attraversa tutto il testo: “di fronte alla malattia siamo tutti uguali solo sulla Carta”. Se la privatizzazione avanza come effetto automatico dell’indebolimento del SSN, allora l’eguaglianza sostanziale – la possibilità concreta di curarsi – dipenderà sempre più dal reddito, dal territorio e dalla capacità di orientarsi nel mercato delle prestazioni.
Fonte: GIMBE ( https://gest.gimbe.org/comunicatistampa/cs_gimbe_privatizzazione_sanit%C3%A0.docx )


