C’è un limite alla polemica politica. E quel limite viene superato quando si commentano decisioni giudiziarie a fini di propaganda, insinuando che una sentenza sgradita sia il frutto di una magistratura “politicizzata” impegnata a sabotare il governo.
Le parole pronunciate oggi da Giorgia Meloni non sono solo l’ennesimo attacco alle toghe. Sono una rappresentazione distorta dei fatti, funzionale a una campagna politica – quella per il referendum sulla separazione delle carriere – che nulla ha a che vedere con la vicenda citata.
La sentenza del 10 febbraio del tribunale di Roma non ha stabilito che un cittadino algerino con numerose condanne “non potrà essere espulso”. Non ha affermato che lo Stato non può contrastare l’immigrazione irregolare. Ha invece condannato il ministero dell’Interno guidato da Matteo Piantedosi per una specifica condotta amministrativa ritenuta colposa, con violazione di regole di buona amministrazione e lesione di diritti individuali.
Sono due piani completamente diversi. Il primo è politico: come gestire l’immigrazione. Il secondo è giuridico: rispettare le norme e le procedure mentre lo si fa.
Dire che una sentenza che censura un atto amministrativo equivale a impedire allo Stato di espellere chi non ha diritto di restare è un salto logico. O peggio: è una forzatura consapevole. I giudici non hanno “premiato” un irregolare. Hanno valutato se lo Stato abbia agito nel rispetto delle proprie stesse regole. È il cuore dello Stato di diritto: anche chi ha torto deve essere trattato secondo la legge.
Il punto politico, però, è un altro. Collegare questo episodio al referendum sulla separazione delle carriere significa alimentare un’idea precisa: che esista una magistratura ostile che blocca sistematicamente l’azione del governo sull’immigrazione. È una narrazione potente, ma pericolosa. Perché sposta il dibattito dalla qualità delle norme e delle procedure alla delegittimazione dell’organo che deve controllarne la legalità.
La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è un tema complesso, che riguarda l’assetto costituzionale della giustizia. Può essere discusso nel merito. Ma usarlo come risposta emotiva a una sentenza civile su un trasferimento in un centro in Albania è un’operazione che confonde deliberatamente i livelli del confronto.
La verità è più semplice e meno conveniente per la propaganda: se un trasferimento è stato fatto senza rispettare le regole, il giudice lo deve dire. Anche se il soggetto coinvolto è un pluricondannato. Anche se il tema è l’immigrazione. Anche se il governo è convinto di avere il mandato elettorale per una linea dura.
Il mandato elettorale non sospende le garanzie giuridiche. Non trasforma un atto amministrativo in atto insindacabile. Non rende i tribunali un fastidio da aggirare.
Continuare a presentare ogni decisione sfavorevole come prova di una congiura “politicizzata” significa logorare la fiducia nelle istituzioni. È una strategia che paga nel breve periodo, ma che erode il principio fondamentale su cui si regge la democrazia liberale: il controllo reciproco tra poteri.
Si può sostenere che le norme sui rimpatri vadano rafforzate. Si può proporre di modificarle. Si può criticare una sentenza nel merito giuridico. Quello che non si può fare, senza compromettere l’equilibrio istituzionale, è trasformare un giudice che applica la legge in un nemico politico.
Il referendum sulla giustizia merita un dibattito serio. Non slogan costruiti su casi complessi ridotti a caricatura. Se davvero si vuole “ristabilire regole chiare”, la prima regola da rispettare è questa: le sentenze si discutono, non si delegittimano.
C'è poi un'ulteriore interpretazione alle ennesime volgarità elencate dalla premier Meloni: se gli italiani voteranno sì al referendum, i giudici faranno solo quel che dico io.
E forse è questo il messaggio politico delle nuove castronerie social della fascistissima Giorgia Meloni...


