Che cosa è successo? È successo che la maggioiranza di govrno è andata clamorosamente sotto in una importantissima votazione alla Camera.

C'è stato un emendamento presentato da Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d'Italia, sottoscritto dagli esponenti delle altre forze della opposizione. E questo emendamento prevedeva formalmente la reintroduzione delle preferenze (per essere precisi presunte tali), nella  pessima legge elettorale che la maggioranza vorrebbe approvare con un colpo di mano: anche se in realtà non era così!

L'emendamento prevedeva un sistema assolutamente bizantino e abbastanza poco credibile che prevedeva le liste bloccate per quanto riguardava i capilista, quindi capilista bloccati, e poi l'espressione di tre preferenze con alternativa di genere, alternanza di genere nei sei posti, ni sei nominativi scritti sulla scheda.

Insomma, un mezzo pasticcio, anche perché YouTrend aveva spiegato come la proiezione della legge elettorale facesse sì che tutte le forze sotto il 10 o il 12% dei oti avrebbe eletto solamente i capilista. Quindi non c'era affatto la possibilità per i cittadini di recuperare il diritto a scegliere i loro rappresentanti. Era un emendamento che sostanzialmente favoriva i partiti maggiori, in particolare il partito della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

Le opposizioni  hanno contestato aspramente in merito il contenuto di questo emendamento, non prevedendo peraltro l'alternanza di genere nei capilista avrebbe penalizzato pesantemente la rappresentanza femminile in un futuro ipotetico Parlamento.  Dopo le schermaglie del dibattito parlamentare, è arrivato il voto segreto che è stato richiesto come su molti altri emendamenti. La maggioranza era di 188 voti. I favorevoli sono stati 187, i contrari 188, l'emendamento è stato respinto. 

Significato politico molto, molto, molto rilevante perché viene smentita la Presidente del Consiglio su di un suo emendamento qualificante. La reazione è stata di uno sbandamento della maggioranza con una reazione ridicolmente isterica di Galeazzo Bignami, che ha preso la parola dopo che l'hanno presa i principali leader ed esponenti delle opposizioni. 

E quindi a questo punto la logica vorrebbe che la Presidente del Consiglio prendesse atto di questa clamorosa sconfitta, perché persino più grave di quella del referendum sulla giustizia. Ma questa volta la smentita e la sconfitta clamorosa della Presidente del Consiglio avviene dentro l'aula del Parlamento ad opera della sua stessa maggioranza! 

Nel passato, quando è accaduto qualcosa del genere, su di un emendamento così qualificante che riguarda una norma, una legge così rilevante dal punto di vista del consuntivo della legislatura, un premier si sarebbe recato al Quirinale rimettendo il mandato nelle mani del capo dello Stato.

E così avrebbe dovuto fare Giorgia Meloni, dopo che è stata archiviata l'autonomia differenziata, colpita dalle sentenze della Consulta, e dopo che è stata decapitata la riforma della giustizia, sanzionata dal giudizio popolare del referendum, e poi ancora dopo che il premierato, per loro stessa volontà, è stato dirottato su di un binario morto, la legge elettorale era e rimaneva l'ultimo ancoraggio delle cosiddette grandi riforme che la destra era in grado di mettere in campo in questa legislatura. 

Anche questo ennesimo tentativo è stato abbattuto da un voto parlamentare che avrebbe dovuto indurre la Presidente del Consiglio a trarre le conseguenze di quanto è accaduto. 

Ma stiamo parlando di gente senza vergogna e senza un minimo di credibilità, tanto da avere la faccia tosta di attribuire, ancora una volta, alla sinistra la responsabilità di quanto accaduto per  essersi mascherata dietro il voto segreto, come se la camerata Meloni non sapesse benissimo, avendovi fatto ricorso chissà quante volte, che il voto segreto fa parte della dialettica politica del Parlamento ed è esattamente lo strumento che serve a mettere in risalto la compattezza, la convinzione, la coerenza delle forze che sostengono un determinato provvedimento. 

Questa compattezza, questa coerenza, questa determinazione, nell'attuale maggioranza di governo, non esiste più

Questa è stata la reazione isterica della camerata Meloni dopo aver appreso la bocciatura dell'emendamento da lei voluto e dal suo capogruppo presentato: 

"Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude. Abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate. Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto. Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione. L'emendamento è stato respinto per un solo voto. Un'occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci.
P.S. La scena dell'opposizione che esulta come se avesse vinto un Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari dice tutto".


Proprio mentre il governo varava l'ennesimo provvedimento sulla sicurezza, con nuove norme destinate ad ampliare gli strumenti di intervento preventivo delle forze dell'ordine anche nei confronti dei minorenni, alla Camera arrivava un altro “alt”, questa volta non da piazza, non dagli elettori e nemmeno dall'opposizione: arrivava dall'interno della stessa maggioranza.

Giorgia Meloni, abituata negli ultimi anni a imporre la linea politica del governo e a presentarsi come leader indiscussa del centrodestra, ha scoperto che il consenso parlamentare non è sempre sovrapponibile alla narrazione della compattezza assoluta. Il voto segreto sulla legge elettorale ha fatto emergere una frattura profonda, nascosta sotto la superficie dell'unità di facciata.

Non sono stati gli elettori a fermarla, come era accaduto con il referendum sulla giustizia. Questa volta il segnale è arrivato dai suoi stessi alleati. Nell'ombra del voto segreto, un numero significativo di parlamentari della maggioranza ha scelto la strada dei franchi tiratori, colpendo il provvedimento senza esporsi pubblicamente e senza assumersi il peso politico di una contestazione alla luce del sole.

Un comportamento che racconta molto dello stato reale della coalizione di governo. Da una parte alleati che non hanno la forza di aprire una battaglia frontale contro Palazzo Chigi, ma che evidentemente non intendono nemmeno accettare senza condizioni ogni decisione della premier. Dall'altra una presidente del Consiglio che si trova costretta a fare i conti con una maggioranza meno granitica di quanto la propaganda quotidiana abbia cercato di rappresentare.

Il voto segreto ha quindi avuto un effetto rivelatore: ha mostrato la fragilità di tutti gli attori in campo. Dei partiti della maggioranza, incapaci di trasformare il dissenso interno in un confronto politico trasparente, e della stessa Meloni, che dopo quasi tre anni di governo deve registrare il primo vero stop parlamentare su uno dei dossier considerati strategici.

Quando è arrivata a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni aveva costruito la propria immagine politica attorno a tre grandi direttrici.

La prima era quella della consacrazione internazionale. La premier aveva puntato molto sulla trasformazione della sua storia politica: dalla leader cresciuta nella destra post-missina alla figura istituzionale capace di rassicurare partner europei e occidentali. Una sfida ambiziosa, costruita sulla promessa di dimostrare che una destra italiana al governo poteva essere affidabile e protagonista.

Ma il bilancio, almeno finora, appare molto distante dalla narrazione iniziale. Sul piano europeo Meloni non ha conquistato quella centralità annunciata nei primi mesi di governo. La sua collocazione resta spesso marginale nei principali equilibri comunitari, mentre sul fronte americano la relazione privilegiata con Donald Trump ha alimentato l'immagine di una premier più vicina alla nuova destra populista internazionale che ai tradizionali equilibri europei.

La seconda direttrice era quella delle grandi riforme istituzionali. Il premierato doveva essere il simbolo della trasformazione del sistema politico italiano, la riforma capace di consegnare maggiore stabilità e poteri più forti al presidente del Consiglio.

Quel progetto, però, si è progressivamente svuotato. Dopo le difficoltà incontrate sul premierato, il governo ha spostato il baricentro sulla riforma della giustizia, fino ad arrivare alla legge elettorale. Un percorso che avrebbe dovuto rafforzare il rapporto diretto tra cittadini e maggioranza, ma che si è trasformato nell'ennesimo terreno di scontro.

Anche il ritorno delle preferenze, presentato come elemento di maggiore partecipazione democratica, è finito travolto dalle divisioni interne. Quella che avrebbe dovuto essere una riforma capace di rafforzare la legittimazione della politica si è trasformata in un campo di battaglia tra alleati.

La terza direttrice è stata quella identitaria. È il terreno sul quale il governo ha investito maggiormente: sicurezza, immigrazione, contrasto al dissenso, norme più dure contro manifestazioni e proteste, provvedimenti rivolti agli studenti e nuove fattispecie penali.

Una produzione legislativa che ha spesso privilegiato il messaggio politico rispetto alla soluzione concreta dei problemi. Una linea basata sull'idea che la risposta alle difficoltà sociali debba passare soprattutto attraverso l'inasprimento delle pene, l'aumento degli strumenti repressivi e l'ampliamento dei poteri dello Stato.

Il risultato, è una stagione politica caratterizzata più dalla costruzione del nemico che dalla capacità di affrontare le emergenze reali: salari stagnanti, sanità in difficoltà, precarietà lavorativa, crescita economica insufficiente.

Il paradosso della legislatura è che una maggioranza politicamente indebolita continua comunque a reggere. Il motivo è anche nella condizione dell'opposizione, incapace finora di trasformare le difficoltà del governo in una vera alternativa politica.

Le forze di minoranza hanno spesso concentrato energie nelle proprie divisioni interne, nelle competizioni personali e nei conflitti di leadership, lasciando spazio a un esecutivo che, nonostante errori e contraddizioni, continua a occupare il centro della scena.

È bastato però un episodio apparentemente circoscritto, come quello della legge elettorale, per mostrare una crepa che fino a quel momento era stata nascosta. Persino un personaggio politicamente squalificato come Roberto Vannacci, con il suo ruolo di catalizzatore del malessere interno alla destra, è riuscito a far emergere tensioni che la disciplina di coalizione aveva finora contenuto.

Il voto segreto ha dimostrato che la maggioranza non è invulnerabile e che dietro la retorica dell'unità esistono interessi diversi, ambizioni personali e strategie divergenti.

La reazione più probabile del governo sarà quella già vista in altre occasioni: minimizzare, archiviare l'incidente e spostare l'attenzione su un nuovo tema. Una strategia politica basata sulla capacità di cambiare rapidamente agenda e occupare il dibattito pubblico con nuove emergenze.

Ma questa volta il problema è diverso. Perché il segnale non arriva dall'esterno, ma dall'interno della maggioranza.

Il governo Meloni ha costruito gran parte della propria forza sull'immagine di una leadership capace di controllare ogni passaggio politico. Il voto segreto sulla legge elettorale ha dimostrato che quella capacità di controllo non è assoluta.

Le opposizioni chiedono il ritorno alle urne e sostengono che la maggioranza abbia perso la propria spinta propulsiva. È una richiesta politicamente comprensibile, ma la vera sfida per le opposizioni sarà un'altra: dimostrare di essere pronte a governare, non soltanto a contestare.

Perché se davvero questa maggioranza dovesse entrare in una fase di difficoltà strutturale, il Paese avrebbe bisogno non soltanto di una crisi del governo, ma di un'alternativa credibile.

Il voto segreto sulla legge elettorale non ha fatto cadere Giorgia Meloni. Ma ha fatto qualcosa di forse ancora più significativo: ha incrinato l'immagine di una maggioranza invincibile. E in politica, spesso, le crepe che emergono sotto traccia sono quelle che anticipano le fratture più profonde.