Mentre a Sharm el-Sheikh si parla di "pace" e "mediazione", la realtà è un'altra: si sta scrivendo un nuovo capitolo del ricatto politico contro il popolo palestinese. Dietro il cosiddetto "piano di Trump" — riesumato dai suoi emissari Jared Kushner e Steve Witkoff — si nasconde la stessa logica coloniale che da decenni impone condizioni sotto la minaccia delle armi israeliane.
Le trattative, iniziate lunedì tra la delegazione israeliana e i mediatori egiziani, con la partecipazione indiretta di Hamas, puntano ufficialmente a un cessate il fuoco e al rilascio di 48 prigionieri. Ma in realtà, l'obiettivo americano è chiaro: blindare la posizione di Israele e trasformare l'emergenza umanitaria di Gaza in una moneta di scambio politica.
Washington ha fretta. Vuole "risultati" rapidi per rivendere al mondo l'immagine di un Trump pacificatore, quando in verità la sua amministrazione è complice dell'assedio e dei bombardamenti che hanno devastato la Striscia. Dietro la facciata diplomatica, la Casa Bianca detta tempi e condizioni, mentre Israele detta le regole del gioco.
Il premier Benjamin Netanyahu ha già tracciato le linee rosse: nessuna concessione sostanziale, nessuna liberazione dei prigionieri simbolici come Marwan Barghouti, Ahmad Sa'adat o Abdullah al-Barghouti — figure che incarnano la resistenza palestinese e che Israele teme più di qualsiasi missile. Per Netanyahu, il piano di Trump serve solo a congelare la situazione sul terreno, mantenendo il controllo militare e politico sui territori occupati.
Dall'altra parte, Hamas tenta di riportare la discussione su basi reali: ritiro israeliano dalle aree densamente popolate, garanzie internazionali contro gli omicidi mirati e una supervisione egiziano-palestinese sulle armi e sulla sicurezza. Richieste minime, che Israele definisce “inaccettabili” solo perché implicano riconoscere ai palestinesi un frammento di sovranità.
Nel frattempo, il presidente palestinese Mahmoud Abbas invoca una nuova "fase politica" e persino elezioni, ma la sua proposta appare vuota se resta ancorata ai vincoli di Oslo e alla subordinazione verso l'occupante. Parlare di costituzioni e di urne mentre Gaza brucia è solo un diversivo, utile a distogliere l'attenzione dalla questione centrale: la fine dell'occupazione e la liberazione dei prigionieri politici.
Intanto, le potenze regionali osservano e manovrano. Iran e Hezbollah salutano con cautela la fermezza di Hamas, mentre gli Stati Uniti temono che un fallimento dei colloqui accenda un nuovo fronte nel Medio Oriente. Ma la verità è che il fallimento è già scritto, finché il tavolo resta apparecchiato sul terreno tracciato da Trump e Netanyahu, non dal diritto internazionale.
Oggi a Sharm el-Sheikh non si decide la pace: si decide se il popolo palestinese dovrà accettare ancora una volta una resa mascherata da compromesso.
E a chi parla di "cessate il fuoco", il popolo di Gaza risponde come sempre: nessuna pace senza giustizia, nessun accordo senza libertà.


