Doveva essere il governo dei “ponti”, il punto di equilibrio tra Washington e Bruxelles, la cerniera diplomatica capace di parlare con tutti. Così lo hanno raccontato per mesi i "giornalai" vicini alla maggioranza. Ma mentre Stati Uniti e Israele colpivano duramente l'Iran, l'Italia a guida Meloni non sapeva nulla.

E a conferma di quanto non sapesse nulla di quelloe che stahva accadendo, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, venerdì si trovava a Dubai ed è rimasto bloccato lì mentre sull'area piovevano missili. Con lui, a vivere ore di angoscia, centinaia di connazionali, compresi duecento studenti italiani. In Kuwait, 300 militari italiani hanno dovuto rifugiarsi nei bunker. Per fortuna sono rimasti illesi. Ma il dato politico resta: l'Italia "trumpiana" non solo non era al tavolo dove si decideva, ma non è stata neppure avvertita nei momenti antecedenti all'attacco.

Altro che “ponte”. Altro che centralità mediterranea. Roma è rimasta spettatrice.

L'escalation è ormai fuori controllo. Il sangue continua a scorrere: tra le bombe cadute anche quelle che hanno causato oltre 150 vittime in una scuola femminile in Iran. Una tragedia che colpisce civili, ragazze, famiglie. Sempre loro pagano il prezzo delle scelte geopolitiche.

Intanto si parla di blocco dello Stretto di Hormuz. Da lì passa una quota significativa del petrolio mondiale. Se lo Stretto si ferma, si fermano le forniture. E a pagare saremo tutti: imprese, famiglie, bollette già insostenibili.

Tutto questo è il risultato di scelte unilaterali di Stati Uniti e Israele. Decisioni su cui Italia ed Europa non hanno avuto alcun ruolo, se non quello di osservatori impotenti. È la fotografia di un'Europa marginale e di un'Italia ancor più marginale.

Inoltre, siamo di fronte a qualcosa di enormemente grave: la progressiva erosione del diritto internazionale. Le organizzazioni nate per garantire pace e sicurezza attraverso la diplomazia appaiono esiliate, svuotate. La strada delle armi ha sostituito quella del negoziato, anche quando dall'altra parte c'è un regime autoritario e repressivo come quello iraniano.

Condannare il regime degli ayatollah è doveroso. Ma questo non autorizza nessuno a scardinare le regole che tengono insieme il mondo.

E l'ultimo a comprenderlo è un altro componente dell'attuale esecutivo, il ministro Matteo Salvini. Queste le sue dichiarazioni:

“In pochi piangeranno la scomparsa di Ali Khamenei”, ha scritto, parlando di un “brutale capo del regime islamico” e auspicando “un nuovo capitolo nella storia” con “scene di gioia di giovani iraniani finalmente liberi”. E poi l'affondo contro “la solita sinistra delle cause perse”.

Nessuno mette in discussione la natura repressiva del regime iraniano. Ma il punto non è questo. Il punto è che un ministro della Repubblica italiana non può commentare una guerra come se fosse un post da campagna elettorale permanente.

Inoltre, Salvini è lo stesso leader che fino a ieri inneggiava a Donald Trump come pacifista, accompagnando i suoi elogi con slogan del tipo “stop alle armi” e “sì alla pace”. Oggi, invece, applaude con entusiasmo un cambio di regime (che non è avvenuto e quasi certamente non avverrà) ottenuto con i bombardamenti.

È una contraddizione politica evidente. Prima la pace, poi le bombe. Prima il dialogo, poi l'esultanza per un'escalation che rischia di incendiare l'intera regione.

E colpisce anche il silenzio su Benjamin Netanyahu, alle prese con processi e con una crisi politica interna che rende lo stato di guerra permanente una formidabile leva di coesione. Nessuna parola critica sull'interesse politico che può alimentare la scelta dello scontro continuo. Né su un'America che, sotto la guida di Trump, sembra sempre più orientata a piegare il diritto internazionale ai propri obiettivi strategici ed energetici.

La domanda, allora, è semplice: dove sta l'Italia? Non decide. Non media. Non orienta. Subisce... e pure in silenzio. Subisce le conseguenze economiche, subisce i rischi per i propri cittadini all'estero, subisce le decisioni altrui. 

Se questa doveva essere la stagione della ritrovata centralità internazionale, la realtà racconta ben altro: un governo che scopre gli attacchi quando i missili sono già caduti.

Il mondo sta cambiando in modo brutale. Le regole si stanno incrinando. In questo scenario servirebbero lucidità, coerenza, capacità diplomatica. Invece vediamo improvvisazione, contraddizioni e un'irrilevanza che rischia di costarci carissima. Non solo in termini politici, ma anche economici e umani.