Dopo 30 anni dalla prima proposta di legge, oggi il Senato ha approvato la Riforma Meloni-Nordio sulla riforma del CSM e la separazione delle carriere dei magistrati, ma non essendo arrivata la maggioranza dei due terzi le opposizioni potrebbero chiedere che si tenga un referendum nella primavera 2026.
La proposta di separazione delle carriere giudiziarie tra magistrati giudicanti (giudici) e requirenti (pubblici ministeri) nacque nel 1994, da parte del senatore Nicola Mancino, allora Ministro di Grazia e Giustizia del governo tecnico di Lamberto Dini.
Era il governo che doveva traghettare l'Italia dalla Prima alla Seconda Repubblica e la separazione delle carriere giudiziarie era ritenuta necessaria per porre fine all'enorme sequenza d assoluzioni eccellenti durata 40 anni, spesso "per decorrenza dei termini" o per "prescrizione", che avevano lasciato impunito sia il saccheggio palazzinaro e cementizio del suolo italiano sia il consolidato sistema delle "raccomandazioni" con cui si superavano i concorsi del pubblico impiego sia i processi milionari a carico di chi governava il Sistema Sanitario, sprecone e disastrato.
Ma non se ne fece nulla e la proposta passò alla legislatura successiva.
La "separazione delle carriere" tornò in auge nel 1997-1998 con la proposta di riforma costituzionale della Commissione Bicamerale presieduta da Massimo D'Alema, ma anche stavolta non se ne fece nulla.
Anzi, la Commissione Bicamerale di revisione costituzionale venne sciolta, perché le divergenze politiche tra i partiti impedirono il raggiungimento di un accordo sostanziale, e di conseguenza la commissione non riuscì a produrre un testo di riforma.
Dunque, la "separazione delle carriere" ritornò in Parlamento e se ne riparlò alla successiva legislatura, con il Governo Berlusconi che il 25 luglio 2005 approvò la Riforma Castelli e i relativi decreti applicativi.
Il disegno originario della riforma, licenziato dal governo nel 2002, prevedeva la separazione delle carriere, ma venne però bocciato dal Parlamento dopo i rilievi costituzionali del 2004 del Presidente Ciampi perché spezzava l'unitarietà della Magistratura, arrivando alla creazione di due distinti organi di autogoverno della magistratura, uno per i giudici e uno per i PM.
Gli elementi critici vennero eliminati con varie modifiche durante i passaggi parlamentari e la Riforma Castelli che venne approvata nel 2005, mantenendo una verifica psicoattitudinale ad inizio carriera, utile ad indirizzare la scelta di funzione (inquirente o giudicante), e la possibilità di cambiare ruolo solo dopo un corso di formazione ed un esame orale.
La legislatura andava a finire e mancava "solo" un'ultima direttiva, per emanare, nel corso della legislatura successiva, un testo unico delle disposizioni regolamentari. Viceversa, accadde il contrario.
Il 30 luglio 2007 arrivava la Riforma Mastella - dal nome del suo ispiratore, il ministro della Giustizia Clemente Mastella - che abrogava i punti cardine della riforma Castelli. Addio test psicoattitudinali, addio scelta tra funzioni giudicanti e requirenti, addio “corso concorso”.
Intanto, i media (e gli italiani) erano concentrati esclusivamente sul titolo "Berlusconi contro tutti" o "Tutti contro Berlusconi" che dir si voglia e passarono in second'ordine i motivi (enormi e orribili) per i quali s'era creduto necessario separare le carriere dei magistrati.
Tutto finì in cavalleria.
Dopo di che, gli anni trascorsero e le cronache italiane si arricchivano di crimini eclatanti con indagini dei pubblici ministeri e/o con assoluzioni o condanne da parte dei giudici molto controverse.
Ad esempio, il caso di Garlasco ancora attuale, ma anche la vicenda di Olindo e Rosa con la "confessione" divenuta scoop televisivo o quella di Massimo Bossetti, sul cui test del Dna si dibatte ancora.
Ad esempio, i troppi femminicidi, stalker sottovalutati, o i tanti pregiudicati, stranieri e italiani, arrestati e ... rimessi in libertà.
Ad esempio, l'enorme sequel di malaffare denunciata persino dalla televisione "governativa", la RAI, e finiti in qualche bolla di sapone giudiziaria.
In questi anni, non c'è stata categoria sociale che non sia rimasta turbata dall'andamento della Giustizia e, dunque, il "nuovo che avanza" - la Destra di governo - ne ha fatto un proprio stendardo elettorale.
Per la cronaca, secondo i promotori succedutisi dal 1994 ad oggi, una riforma della Giustizia sarebbe comunque indispensabile per riequilibrare i rapporti di forza nel processo penale, dove l'accusa è un magistrato (il Pubblico Ministero) come lo è il Giudice e non un avvocato come per la difesa.
La soluzione anglosassone per equilibrare i vari ruoli in campo durante un processo, quella che conosciamo dalle serie 'crime' americane e che vede il "procuratore" (pubblico ministero) dipendente della municipalità, è da noi impraticabile, perché è parte di una organizzazione della pubblica amministrazione molto diversa da noi.
Non resta che trarre ispirazione altrove.
In Francia il corpo giudiziario è unico, ma i magistrati si distinguono tra magistrati di siège (la magistratura giudicante) e quelli di parquet (la magistratura requirente).
Soltanto i magistrati giudicanti godono di piena autonomia, tra cui la garanzia dell’inamovibilità, cioè non possono essere trasferiti senza il loro consenso.
Al contrario, i pubblici ministeri dipendono dal ministro della Giustizia, «rispetto al quale sono gerarchicamente subordinati e rappresentano gli agenti del potere esecutivo presso le giurisdizioni». La durata dell’esercizio di alcune funzioni nella stessa giurisdizione è soggetta a limiti temporali e il ministro della Giustizia ha il potere di decidere discrezionalmente il trasferimento dei pubblici ministeri. (fonte: PagellaPolitica)
Ancora "peggio" in Germania, dove il Pubblico ministero è un funzionario dipendente del governo e riveste funzioni e status diversi dal Giudice. La nomina e le carriere sono controllate dalle autorità politiche, in alcuni Länder su indicazione di una Kommission, in altri su parere non vincolante del Präsidialrat, organo di rappresentanza dei giudici.
Insomma, che piaccia o meno, il ruolo unico per l'accusa e per il giudicante è una anomalia tutta italiana, come lo è la totale autonomia dei Pubblici Ministeri.
E non abbiamo altro modello a cui ispirarci che quello francese.
Infatti, la Riforma Meloni-Nordio propone di separare le carriere dei magistrati, dividendo in due percorsi distinti i magistrati giudicanti (giudici) e quelli requirenti (pubblici ministeri) fin dall'inizio della loro carriera, come in Francia, e questo comporterà anche il doppio Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) come i cugini d'Oltralpe.
Ma il Pubblico Ministero manterrà la piena autonomia e non passerà sotto il potere politico, come viceversa in Francia dove ogni anno il ministro della Giustizia dà l’indirizzo di quali sono le priorità.
Dunque, la nostra riforma della Giustizia sembra essere una soluzione "moderata" alla francese, nulla che abbia a che vedere con il Ventennio e nostalgie varie. Quanto alle criticità sul fronte costituzionale, la separazione delle carriere come abbiamo visto è legge dal 2005: avrebbero potuto e dovuto dircelo prima.
Tra l'altro, da profani, la separazione tra magistrati inquirenti e giudicanti non sembra un chissà quale cambiamento per gli stessi magistrati, visto che già oggi la maggior parte sceglie 'a vita' se essere pubblico ministero o giudice.
Quello che cambierà per davvero con la Riforma Meloni-Nordio è il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), che saranno due, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri.
Nei nuovi CSM diventano membri togati di diritto il primo presidente della Cassazione (CSM giudicante) e il procuratore generale della cassazione (CSM requirente). I componenti non possono, finché sono in carica, essere iscritti negli albi professionali né far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale. Il vicepresidente di ciascun CSM viene eletto tra i componenti laici.
Inoltre, la Riforma Meloni-Nordio sostituisce la Sezione Disciplinare del CSM con una struttura disciplinare autonoma dal CSM, l'Alta Corte, ed anche in questo caso il cambiamento è radicale.
La attuale Sezione Disciplinare, infatti, è composta da sei membri di cui un solo laico designato dal Parlamento, con il vicepresidente del CSM che la presiede e quattro magistrati (uno di Cassazione, due giudicanti e un requirente).
Con la riforma avremmo un totale di 15 componenti, di cui sei laici, tre nominati dal Presidente della Repubblica e tre estratti a sorte da un elenco scelto in Parlamento tra giuristi universitari e avvocati, più sei magistrati giudicanti e tre requirenti.
Fosse che il vero problema fosse proprio questo, una congrua minoranza di qualificati laici nella Disciplinare dei magistrati? Sarebbe da non crederci.
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