La Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha parlato chiaro: la direttiva sui salari minimi è valida, quasi tutta. Ma mentre a Lussemburgo si ribadisce l'idea che ogni lavoratore europeo debba poter vivere del proprio lavoro, a Roma si continua a giocare alla politica del rinvio, delle scuse, delle dichiarazioni vuote.

La Danimarca aveva tentato la carta del sovranismo sindacale, accusando Bruxelles di essersi infilata in un ambito che “non le compete”. E in parte aveva anche ragione: la Corte ha riconosciuto che su due punti l'Unione ha effettivamente esagerato. Ma il resto della direttiva è salvo. Tradotto: l'Europa non vuole fissare un salario minimo uguale per tutti, ma pretende che dove esiste un salario minimo, sia almeno dignitoso. Un concetto che in Italia sembra ancora fantascienza.

Da noi, il governo continua a tergiversare, aggrappandosi alla solita foglia di fico della “contrattazione collettiva”. Peccato che quella contrattazione, nella realtà dei fatti, valga per sempre meno lavoratori e garantisca stipendi che spesso non arrivano nemmeno alla soglia della sopravvivenza. In un Paese dove milioni di persone guadagnano meno di 9 euro l'ora, si continua a discutere se introdurre una legge che impedisca di pagare la gente come se fosse manodopera usa e getta.

Nel frattempo, a Bruxelles si stappa lo spumante. Ursula von der Leyen esulta per quella che definisce una “pietra miliare”. I socialisti europei parlano di giustizia sociale, la sinistra si congratula con sé stessa per aver imposto un minimo di decenza nel mercato del lavoro. E c'è da capirli: in un continente in cui i salari reali sono crollati mentre i profitti aziendali schizzavano alle stelle, serviva un segnale.

Solo che in Italia questo segnale arriva e si spegne nel vuoto. Le opposizioni si indignano a turno: il Pd accusa Meloni di “ostruzionismo su una legge di civiltà”, Alleanza Verdi-Sinistra parla di “dignità e serenità per i lavoratori”. Ma il dibattito resta inchiodato al teatrino di sempre: destra e sinistra che si rinfacciano slogan, mentre chi lavora a 800 euro al mese deve scegliere tra affitto e bollette.

È paradossale che proprio la Danimarca — Paese modello per diritti e welfare — abbia cercato di bloccare una direttiva che in Italia sarebbe quasi rivoluzionaria. Ma ancora più assurdo è che Roma, pur non avendo alcuna tradizione di contrattazione collettiva paragonabile a quella scandinava, si comporti come se l'intervento europeo fosse un affronto alla sovranità nazionale.

La verità è che in Italia il salario minimo non manca per ragioni ideologiche, ma per convenienza politica. Tenere i salari bassi fa comodo: mantiene un esercito di lavoratori ricattabili, flessibili, silenziosi. E mentre l'Europa prova — goffamente ma con coraggio — a mettere un freno a questo degrado, noi continuiamo a difendere un sistema che premia chi sfrutta e punisce chi lavora.

La Corte di Giustizia ha messo nero su bianco una cosa semplice: dignità e salario non possono essere due parole in contraddizione. Sarebbe ora che anche il governo italiano se ne accorgesse, invece di continuare a nascondersi dietro il mito, ormai sbiadito, della “libertà contrattuale”. Perché la libertà, senza giustizia sociale, è solo un altro modo elegante di dire disuguaglianza.