Cultura e Spettacolo

Poesia disperata di Alessandro Lugli e commento

 

Tutto quello che faccio è inutilenessuno mi vuole benee la strada mi fa paura.Sono solo in mezzo ai guaie il domani che non verràaiutami Dio se ci seiho bisogno di te aiuto


Questa poesia di Alessandro Lugli è un grido nudo, un momento di onestà quasi insostenibile che riduce l’esistenza ai suoi minimi termini: il vuoto, la paura e l’invocazione. Non c’è spazio per l’artificio letterario perché il dolore che esprime è troppo urgente per essere vestito di metafore eleganti


L'abisso dell'inutilità

Il componimento si apre con la sensazione paralizzante che ogni azione sia priva di peso. Quando l’autore dice "tutto quello che faccio è inutile", descrive quella stasi dell’anima dove il movimento non produce più progresso. È la resa di chi ha provato a costruire qualcosa e ha visto le proprie mani restare vuote. Questo senso di futilità si intreccia immediatamente con la solitudine affettiva: il sentirsi non amati diventa la prova definitiva del proprio fallimento percepito. Se nessuno ci vuole bene, il mondo smette di essere uno specchio in cui riconoscerci e diventa un muro liscio, impossibile da scalare.


La strada e il tempo sospeso

L'immagine della "strada che fa paura" è potentissima nella sua semplicità. La strada dovrebbe essere il simbolo del cammino, dell'evoluzione, del viaggio della vita; qui, invece, diventa un territorio ostile, un luogo di esposizione totale dove ci si sente fragili e braccati.

La paura non è verso un pericolo specifico, ma verso l’ignoto del "domani che non verrà". Questa è forse l’immagine più tragica della poesia: la negazione del futuro. Per chi soffre profondamente, il tempo smette di fluire. Non c’è un "poi", c’è solo un presente dilatato e asfissiante fatto di "guai" che sembrano non avere soluzione.


L'invocazione estrema

Il punto di rottura

Arrivati al fondo della propria solitudine, la poesia devia bruscamente verso l'alto. L'appello a Dio non nasce da una fede dogmatica o serena, ma da un "se ci sei" che vibra di dubbio e disperazione. È una preghiera lanciata nel buio, l'ultima risorsa di chi ha esaurito ogni forza umana. L'autore non chiede spiegazioni teologiche, chiede "aiuto". È un ritorno a una dimensione infantile e pura, dove il bisogno di protezione supera il bisogno di comprensione.

È l'urlo di chi riconosce di non farcela da solo, trasformando la propria vulnerabilità nell'unica forma di comunicazione rimasta possibile. La forza di questi versi risiede proprio nella loro mancanza di filtri: Lugli mette in scena il momento esatto in cui l'io si spezza e, nel farlo, apre un varco verso una speranza che non è fatta di certezze, ma di pura necessità di essere ascoltati.

Autore Alessandro Lugli
Categoria Cultura e Spettacolo
ha ricevuto 381 voti
Commenta Inserisci Notizia