Secondo l’OCSE, l’Italia resta dentro una fase di crescita debole, più fragile della media globale e appesantita da due fattori chiave: il rincaro dell’energia legato alla crisi in Medio Oriente e una politica di bilancio più restrittiva.
Nel nuovo Interim Economic Outlook di marzo 2026, l’organizzazione stima per il nostro Paese un PIL in aumento dello 0,4% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027, dopo lo 0,5% del 2025. Rispetto alle previsioni di dicembre, il dato italiano viene corretto al ribasso di 0,2 punti per il 2026 e di 0,1 punti per il 2027.
Il messaggio è chiarissimo: l’Italia non è in recessione, ma nemmeno in una condizione di vera accelerazione. L’OCSE inserisce il Paese nel quadro di un’Eurozona che rallenta all’1,4% nel 2025, scende allo 0,8% nel 2026 e prova poi a risalire all’1,2% nel 2027. Ma, dentro questo scenario, Roma appare tra le economie più esposte alla frenata, anche perché - scrive l’OCSE - in Italia, come in Francia, una linea fiscale più restrittiva farà da freno alla crescita.
Sul fronte dei prezzi, il quadro peggiora prima di migliorare. L’inflazione italiana, che l’OCSE colloca all’1,6% nel 2025, è vista in salita al 2,4% nel 2026, per poi ridiscendere all’1,8% nel 2027. Anche qui la revisione è significativa: più 0,7 punti sul 2026 rispetto alle stime precedenti. Il motivo principale è il nuovo shock energetico, che secondo il rapporto colpisce in particolare i Paesi importatori netti di energia e le economie europee più sensibili ai rincari di petrolio e gas.
L’OCSE lega infatti il peggioramento del quadro internazionale all’escalation del conflitto in Medio Oriente, che ha interrotto o reso più difficili le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz, facendo impennare i prezzi dell’energia e creando nuove tensioni sulle catene di approvvigionamento. Le proiezioni di marzo si basano sull’ipotesi che il picco dei prezzi si attenui gradualmente dalla metà del 2026, ma l’organizzazione avverte che un protrarsi delle tensioni porterebbe altra inflazione e meno crescita.
Per l’Italia il problema è doppio. Da una parte, la crescita resta modesta in valore assoluto; dall’altra, l’erosione del potere d’acquisto rischia di comprimere consumi e attività economica proprio mentre i margini di spesa pubblica si restringono. Il rapporto ricorda inoltre che le condizioni finanziarie si sono irrigidite e che gli spread sovrani nell’area euro si sono ampliati rispetto ai titoli tedeschi, con l’Italia citata tra i Paesi coinvolti.
Ne esce il ritratto di un Paese che, per l’OCSE, naviga in equilibrio precario: troppo poco dinamico per agganciare una vera fase espansiva, troppo esposto al costo dell’energia per sentirsi al riparo, troppo vincolato sul piano fiscale per immaginare grandi manovre di sostegno. In altre parole, l’Italia tiene, ma non corre. E in una congiuntura internazionale così instabile, restare fermi è già un rischio.


