Ogni anno si dice che il 25 aprile dovrebbe essere il giorno più semplice da raccontare: la fine del fascismo, la Liberazione, un punto fermo. Poi guardi meglio e ti accorgi che quel punto è tutt’altro che fermo. Anzi, sembra una linea che si sposta ogni volta che qualcuno prova a tirarla dalla sua parte.
A Predappio, luogo simbolo per ovvie ragioni storiche, Forza Nuova annuncia iniziative parlando apertamente di “fine dell’antifascismo”. Non è una provocazione isolata, è una dichiarazione che si inserisce in un clima preciso, dove il 25 aprile non è più solo memoria ma terreno di scontro. E quando la memoria diventa terreno di scontro, qualcosa si è incrinato da tempo.
Dall’altra parte, il dibattito si accende anche sul piano internazionale. Il giornalista russo Vladimir Solovyov attacca duramente Giorgia Meloni, usando parole che stanno più nel registro dell’insulto che in quello dell’analisi politica. Il paradosso è evidente: mentre in Italia si discute ancora su cosa significhi davvero antifascismo, fuori dai confini il termine viene usato come arma retorica, spesso svuotata di contesto.
Intanto, sul piano interno, le crepe si moltiplicano. Il generale Roberto Vannacci sceglie di non celebrare la Liberazione ma di festeggiare San Marco. Una scelta personale, certo, ma anche un segnale. Perché quando una ricorrenza nazionale viene aggirata invece che condivisa, il messaggio passa: non è più un patrimonio comune.
E poi ci sono le parole istituzionali. Ignazio La Russa propone di ricordare anche i caduti della Repubblica di Salò. Tema delicato, complesso, ma che riapre una questione mai del tutto chiusa: si può mettere tutto sullo stesso piano? E soprattutto, è questo il momento per farlo? Per alcuni è un gesto di riconciliazione, per altri una pericolosa ambiguità.
Nel frattempo, le cronache raccontano altro. A Pavia viene arrestato un 19enne legato a una rete neonazista e antisemita online. Non è folklore, non è nostalgia: è presente. È il lato più concreto e inquietante di un problema che spesso si liquida come marginale. Non lo è.
E come se non bastasse, emergono percorsi politici che partono da ambienti neofascisti e arrivano a posizioni di rilievo nelle istituzioni e nelle aziende pubbliche. La storia di certe carriere — nomi, incarichi, passaggi — mostra che il confine tra marginalità e normalizzazione è più sottile di quanto si voglia ammettere.
Mettendo insieme questi pezzi — dichiarazioni, provocazioni, arresti, polemiche — viene spontanea una domanda semplice, quasi banale: di quali valori condivisi stiamo parlando quando celebriamo il 25 aprile?
Perché una festa nazionale funziona solo se è davvero nazionale. Non serve che tutti la pensino allo stesso modo, ma almeno che si riconosca un terreno comune. Qui invece il terreno sembra diviso in zolle, ognuna con la sua narrazione, la sua memoria selettiva, il suo modo di rileggere il passato.
E allora il problema non è se l’Italia sia “unita” il 25 aprile. È che quella unità, oggi, è più dichiarata che reale. Sta nei discorsi ufficiali, nelle cerimonie, nelle corone di fiori. Ma appena ci si allontana di qualche metro, nelle parole e nei fatti, si vede quanto sia fragile.
Forse il punto non è difendere una versione della storia contro un’altra, ma decidere se esiste ancora una base condivisa da cui partire. Senza quella, il 25 aprile resta una data.


