Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha illustrato i contenuti di un piano di pace aggiornato, articolato in 20 punti, che punta a delineare una possibile via d'uscita dal conflitto con la Russia. Il documento, secondo Zelensky, rappresenta “la cornice principale per porre fine alla guerra” e sarebbe stato concordato nel fine settimana in Florida da emissari statunitensi e ucraini. La risposta di Mosca, ha aggiunto, è attesa per mercoledì, dopo un confronto tra americani e russi.
Al centro della proposta ci sono due elementi chiave: un meccanismo di garanzie di sicurezza guidato dagli Stati Uniti e sostenuto da Nato ed europei, e una soluzione “ibrida” per l'area orientale del Donbass, dove si combatte da anni e dove la Russia chiede il ritiro delle truppe ucraine da vaste porzioni del territorio.
Garanzie di sicurezza e deterrenza: un modello vicino all'Articolo 5
Zelensky sostiene che il piano preveda garanzie di sicurezza robuste, con un impegno coordinato di Stati Uniti, Nato e Paesi europei a reagire militarmente in caso di una nuova invasione russa. Il riferimento, pur senza nominarlo come adesione formale, richiama la logica dell'Articolo 5 dell'Alleanza Atlantica, che impone ai membri di assistere un alleato attaccato.
In parallelo, l'Ucraina manterrebbe una forza militare considerevole anche in tempo di pace: Zelensky parla di un limite massimo di 800.000 effettivi, un numero che riflette la volontà di non disarmare e di conservare una capacità di difesa credibile.
Donetsk e Donbass: tra zona demilitarizzata e “zona economica libera”
Il punto più delicato resta il destino del Donbass, e in particolare della regione di Donetsk. La Russia insiste da tempo affinché l'Ucraina ritiri le proprie truppe da quasi un quarto del territorio di Donetsk che Kiev controlla tuttora ; il resto risulta già sotto occupazione russa. Zelensky, però, ribadisce che l'Ucraina è contraria a un ritiro “puro e semplice”.
Per questo, spiega, i negoziatori statunitensi avrebbero messo sul tavolo due opzioni alternative: la creazione di una zona demilitarizzata oppure di una zona economica libera. In entrambi i casi, l'idea sarebbe ridurre la presenza militare pesante lungo la linea del fronte, trasformando l'area in una fascia a bassa tensione.
Zelensky entra nei dettagli: l'Ucraina potrebbe arretrare le proprie forze pesanti di 5, 10 o fino a 40 chilometri in quella parte di Donetsk ancora controllata, rendendola di fatto “quasi smilitarizzata”. Ma la condizione sarebbe la reciprocità: la Russia dovrebbe arretrare “in modo corrispondente” di distanze analoghe.
Controllo ucraino e presenza internazionale: la linea del fronte come confine
Un elemento su cui Zelensky insiste è la questione del controllo. Se si creasse una zona economica libera nel Donbas, questa — sostiene — dovrebbe restare sotto amministrazione ucraina e con polizia ucraina: “certamente non la cosiddetta polizia russa”. La linea del fronte attuale diventerebbe di fatto il confine operativo della zona economica, con forze internazionali dispiegate lungo la linea di contatto per impedire infiltrazioni o violazioni.
Qui emerge però un ostacolo politico: Mosca ha già respinto l'idea europea di una forza di controllo basata su una “Coalizione dei Volenterosi”, definendola una minaccia aperta.
Referendum e passaggi politici: la legittimazione interna
Zelensky afferma che l'intero piano dovrebbe essere sottoposto a referendum e che solo un voto popolare potrebbe decidere anche sull'eventuale istituzione di una zona economica libera nel Donbass. Si tratterebbe di una scelta ad alto impatto politico: da un lato la necessità di legittimare un compromesso, dall'altro il rischio di spaccare l'opinione pubblica in un Paese provato dalla guerra.
Il testo includerebbe inoltre un punto che prevede elezioni in Ucraina “il prima possibile” dopo la firma di un accordo. Russia e Stati Uniti avrebbero spinto per il ritorno alle urne, nonostante l'Ucraina sia in regime di legge marziale a causa dell'invasione su larga scala.
Nucleare e territori: Zaporizhzhia, regioni di confine e nodi irrisolti
Zelensky dichiara che una zona economica andrebbe creata anche attorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, attualmente occupata dalla Russia. Sul tavolo, secondo Kyiv, ci sarebbe una proposta statunitense per una gestione congiunta dell'impianto tra Ucraina, Stati Uniti e Russia, ma Zelensky dice che l'Ucraina non è d'accordo.
Il presidente aggiunge poi una richiesta ampia: il ritiro delle truppe russe da altre aree e regioni citate come Dnipropetrovsk, Mykolaiv, Sumy e Kharkiv, collegando la sostenibilità del piano non solo al Donbass ma anche alla sicurezza complessiva del Paese.
Sulle questioni territoriali più sensibili, Zelensky ammette che servirà un livello decisionale superiore: “da risolvere a livello di leader”. È un modo per riconoscere che, al di là dei tecnicismi, il nodo vero resta politico e simbolico: chi controlla cosa, e con quali garanzie.
Dal piano originario a quello aggiornato: meno sbilanciato verso Mosca?
Il nuovo documento viene presentato come un aggiornamento di un precedente testo in 28 punti, elaborato dall'inviato statunitense Steve Witkoff con i russi alcune settimane fa e giudicato da molti troppo vicino alle richieste del Cremlino. Ora, secondo Zelensky, l'impostazione sarebbe più favorevole a Kyiv grazie a garanzie di sicurezza più forti e a una maggiore chiarezza sugli aspetti territoriali, anche se resta evidente che tra ucraini e americani non c'è ancora una piena convergenza.
Parte della bozza riprenderebbe inoltre i contenuti emersi da colloqui recenti a Berlino, proseguiti poi a Miami, dove il team del presidente statunitense Donald Trump avrebbe parlato separatamente con l'inviato russo Kirill Dmitriev e poi con funzionari ucraini ed europei.
Nato, Unione Europea e ricostruzione: cosa cambia rispetto alle richieste russe
Un passaggio rilevante riguarda la Nato: nel piano aggiornato non comparirebbe un divieto di adesione dell'Ucraina all'Alleanza, punto invece presente nella bozza precedente e da tempo richiesto dalla Russia.
Il quadro prevede inoltre un percorso europeo più strutturato: l'ingresso dell'Ucraina nell'Unione Europea con una data di adesione definita, anche se la concorrenza tra Paesi candidati resta alta e diversi Stati, come l'Albania, vengono considerati in “corsia preferenziale” da molti osservatori.
Sul fronte economico, Zelensky parla di un fondo di investimento per l'Ucraina da circa 200 miliardi di dollari, con partecipazione statunitense ed europea. Restano invece in discussione eventuali meccanismi di compensazione richiesti dagli Stati Uniti in cambio delle garanzie di sicurezza: per ora, dice, non sarebbero parte del documento.
La pressione di Trump e il calcolo di Zelensky: Mosca può davvero dire no?
Zelensky riconosce che Vladimir Putin potrebbe non accettare compromessi sul Donetsk. Il presidente russo, questo mese, ha ribadito che la Russia intende prendere il controllo dell'intero est ucraino con la forza se Kyiv non si ritira.
Eppure Zelensky scommette sulla dinamica politica a Washington: con Trump determinato a chiudere un accordo dopo quasi quattro anni di guerra su larga scala, Mosca — sostiene — avrebbe difficoltà a respingere pubblicamente un piano sponsorizzato dagli Stati Uniti. “Non possono dire al presidente Trump che sono contro una soluzione pacifica”, ha affermato, aggiungendo che un eventuale ostruzionismo russo potrebbe spingere gli Stati Uniti ad armare più pesantemente Kyiv e ad aumentare le sanzioni.
Un quadro ancora fragile, ma più dettagliato
Il nuovo piano delineato da Zelensky non è un accordo pronto da firmare, ma un tentativo di fissare un perimetro negoziale più preciso: garanzie di sicurezza forti, deterrenza militare ucraina, e una gestione del Donbas che eviti il ritiro unilaterale e mantenga il controllo amministrativo ucraino, con un ruolo internazionale di monitoraggio.
La prova decisiva sarà la risposta russa e, soprattutto, la capacità degli Stati Uniti di trasformare una bozza in un'intesa sostenibile. Nel frattempo, il piano mette in chiaro la posta in gioco: non solo la fine delle ostilità, ma anche il modello di sicurezza europeo che nascerà — o fallirà — dopo la guerra.


