Politica

Nulla di nuovo dal fronte... di Palazzo Chigi: il discorso di Meloni alla Camera tra autoassoluzioni e realtà rimosse

Giorgia Meloni si è presentata alla Camera con il tono di chi vuole trasformare una sconfitta politica in una prova di carattere. Ma, nei fatti, la sua informativa è stata soprattutto un lungo esercizio di rovesciamento della realtà: il referendum sulla giustizia perso viene trattato come un semplice incidente di percorso; le difficoltà del governo diventano “fantasiose ricostruzioni”; i dati economici peggiori spariscono, mentre quelli favorevoli vengono esibiti come se bastassero a raccontare l’intero Paese. Il punto politico di partenza, per Schlein, Conte, Bonelli, Boschi e gli altri leader di opposizione, è semplice: il 22 e 23 marzo gli elettori hanno bocciato la riforma costituzionale della giustizia, con una netta vittoria del No. Non è stata una parentesi, ma uno stop politico al cuore identitario dell’impianto meloniano.

La prima forzatura sta proprio qui. Meloni ha provato a dire che “la riforma rimane una necessità” e che il “cantiere” non va abbandonato. Però, se un referendum costituzionale confermativo respinge quella riforma, il messaggio democratico non è “andiamo avanti lo stesso”, bensì “fermatevi e cambiate strada”. Il voto, per definizione, non ha corretto un dettaglio tecnico: ha respinto un’impostazione politica. Per questo, quando la premier parla di “grande partecipazione” e insieme minimizza la portata del risultato, non sta rispettando il verdetto popolare: lo sta sterilizzando. 

Il secondo punto contestabile riguarda la pretesa di continuità. Meloni ha sostenuto che non esiste alcuna crisi, nessuna ripartenza, nessun rimpasto, nessuna ragione per parlare di fase nuova. Però, nello stesso discorso, ha ammesso di aver chiesto “un passo indietro” ad alcuni membri del governo. È esattamente questa la contraddizione: se davvero il quadro fosse così solido, se davvero non ci fosse nulla da correggere, non ci sarebbe stato bisogno di scaricare pezzi dell’esecutivo - fino a poco prima difesi a spada tratta - per alleggerire la pressione politica. La premier nega la crisi mentre ne descrive i sintomi. 

Anche il capitolo “credibilità internazionale” è uno dei più indifendibili. Meloni rivendica una linea italiana coincidente con quella dei principali Paesi europei sulla crisi iraniana e insiste nel respingere l’accusa di subalternità a Donald Trump. Ma la “subalternità a Trump” e Netanyahu è plasticamente dimostrata dal fatto che anche in quetsa occiasione la premier si è ben guardata dal condannare - come avrebe dovuto - l'attacco all'Iran come illegale in base al diritto internazionale. Insomma, la sua autodifesa non ha chiuso il tema: lo ha riaperto.

Sul piano economico, poi, il discorso meloniano diventa il classico catalogo dei dati scelti con cura e privati del contesto. La premier ha rivendicato salari in ripresa e potere d’acquisto in recupero. Ma l’Istat, pur registrando una crescita nominale delle retribuzioni, ha anche certificato che a settembre 2025 le retribuzioni contrattuali in termini reali risultavano ancora inferiori dell’8,8% rispetto a gennaio 2021. È un dettaglio decisivo: si può dire che c’è stato un parziale recupero, ma non si può spacciare quel recupero per una normalizzazione compiuta. Qui la “menzogna” non sta nell’invenzione del dato, ma nel suo uso propagandistico e mutilato. 

Lo stesso vale per la povertà. Meloni cita il lieve calo della popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale nel 2025, e formalmente il dato esiste: l’Istat parla di una riduzione dal 23,1% al 22,6%. Ma anche qui il problema politico è l’omissione del quadro generale: 22,6% significa ancora oltre 13,2 milioni di persone in una condizione di rischio. Non esattamente il ritratto di un Paese “rimesso in carreggiata”. Trasformare un miglioramento marginale in una narrazione di svolta serve a coprire la persistenza di una fragilità sociale enorme. 

Quando la premier definisce “menzogna” l’accusa di avere aumentato la precarietà, il terreno si fa ancora più scivoloso. È vero che l’Istat ha registrato un miglioramento dell’occupazione e livelli di disoccupazione molto bassi nel confronto storico recente. Ma dire che questo chiude il tema della qualità del lavoro è un salto logico e propagandistico. Lo stesso discorso di Meloni ammette che esistono ancora “sacche di lavoro povero” e che l’occupazione femminile resta il grande tallone d’Achille del Paese. I numeri sull’occupazione possono migliorare e, insieme, convivere con bassi salari, part-time involontario, instabilità contrattuale e forte squilibrio territoriale. Usare i primi per cancellare i secondi è precisamente il trucco con cui la premier stravolge la realtà.

Sull’occupazione femminile, del resto, è la stessa premier a smentire la propria retorica trionfale, riconoscendo che l’Italia resta “fanalino di coda in Europa”. Non si può celebrare come successo risolutivo un progresso che lascia comunque il Paese in fondo alla classifica europea. È il solito schema del discorso meloniano: ammettere il problema solo dopo averne rivendicato il superamento. 

Eufemisticamente molto fragile è anche il passaggio sugli investimenti esteri e sull’attrattività dell’Italia. Meloni parla di investimenti diretti esteri quasi raddoppiati rispetto al pre-Covid, ma il quadro europeo racconta un continente in cui gli investimenti esteri sono scesi nel 2024 al livello più basso degli ultimi nove anni e risultano ancora sotto i livelli pre-pandemici. Questo non dimostra che l’Italia non abbia avuto buoni risultati relativi; conferma però che la premier, ancora una volta, stravolge la realtà presentando un dato selettivo senza misurarsi con un contesto continentale debole e molto meno favorevole della narrazione di Palazzo Chigi. 

Ancora più evidente è la torsione narrativa sull’immigrazione. Meloni rivendica meno sbarchi, più rimpatri e meno morti nel Mediterraneo. Sui primi due punti il governo continua a battere soprattutto sul confronto con il picco del 2023, ma i dati del Viminale mostrano che nel 2025 gli arrivi via mare sono stati 66.296, sostanzialmente in linea con i 66.617 del 2024, non il crollo strutturale che la propaganda suggerisce. E sul fronte delle morti, UNHCR continua a definire il Mediterraneo centrale la rotta più letale. Anche qui, non è che il governo inventi completamente i numeri: è che li pieghi a una storia di “svolta epocale” che i dati, da soli, non raccontano. 

La parte sulla sanità segue lo stesso copione. Meloni rivendica il Fondo sanitario nazionale “più alto di sempre” e promette interventi sulle liste d’attesa. Ma il fatto che il fondo cresca in valore nominale, mentre diminuisce inbase percentuale rispetto al Pil (modalità di calcolo che Meloni invece usa per altri temi!) non basta a smentire un sistema in affanno, e soprattutto non cancella il nodo politico che la stessa premier ammette: tempi troppo lunghi, accesso difficile, divari territoriali intollerabili. Inoltre, le misure messe in evidenza dal governo includono anche un maggiore ricorso all’acquisto di prestazioni dal privato accreditato, l’ennesimo rattoppo emergenziale che favorisce i camerati di governo come Angelucci che le forniscono gratuitamente la propaganda sui media e non come una vera ricostruzione del servizio pubblico.

Poi c’è il capitolo sicurezza, dove il tono della premier diventa apertamente identitario: rave, occupazioni, centri sociali, fermo preventivo, inasprimenti di pena, minorenni, “figli di papà”. È il segmento più apertamente politico del discorso, e anche il più ideologico. Qui Meloni sostituisce il bilancio con la propaganda più sfacciata: sposta il baricentro sul nemico simbolico, alimenta un racconto muscolare dello Stato, ma ammette nello stesso tempo di non essere soddisfatta dei risultati sulla sicurezza. In altre parole: rivendica il pugno duro e confessa che il pugno duro che lei ha spacciato come risolutivo è stato invece un miserabile flop!

Meloni ha cercato di presentarsi come la leader che mantiene la parola data, persino quando perde. Ma non c’è nulla di coraggioso nel riproporre una riforma appena respinta dal corpo elettorale; c’è, semmai, una difficoltà ad accettare che la propria idea di giustizia non abbia convinto il Paese. Il No del 23 marzo non è stato un incidente tecnico ma una sconfitta politica piena, certificata dai numeri ufficiali del Viminale e dal fatto che la riforma è stata bocciata con margine netto. Continuare a descriverla come “occasione persa” significa trasformare una sconfitta del governo in una colpa degli italiani.

In conclusione, il senso dell’intervento meloniano è stato questo: non un’assunzione di responsabilità, ma una gigantesca operazione di autodifesa. Sul referendum, la premier ha provato a svalutare il significato del No. Sull’economia, ha usato i segmenti più comodi delle statistiche, sorvolando sul fatto che salari reali, povertà, lavoro povero e occupazione femminile raccontano ancora un Paese ferito. Su immigrazione, sanità e sicurezza ha rivendicato svolte che lei stessa, nei passaggi decisivi, è costretta a definire incomplete. E sul piano internazionale ha respinto le accuse di subalternità senza riuscire a chiudere il fronte polemico aperto dalle opposizioni. Più che un discorso di verità, è stato un discorso di resistenza narrativa: tenere insieme il racconto del governo anche dove i fatti lo smentiscono apertamente.

Autore Piero Rizzo
Categoria Politica
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