A Minneapolis una donna statunitense, disarmata, madre di un bambino di sei anni, è stata uccisa con tre colpi di pistola al volto da un agente federale delle squadracce nazifasciste dell'ICE. Il suo nome era Renee Nicole Good. Aveva 37 anni, era una poetessa premiata, una cittadina attiva, una persona - descritta da chi la conosceva - come compassionevole e incapace di violenza. Eppure, nel giro di poche ore, l'amministrazione Trump ha deciso, dopo averla assassinata, che non era una vittima, ma una “terrorista interna”.

Non è solo una distorsione dei fatti. È una strategia politica deliberata, cinica e pericolosa.

Il contesto è chiaro: 2.000 agenti federali calati su Minneapolis e Saint Paul in quella che il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha definito “la più grande operazione di Homeland Security di sempre”. Una dimostrazione di forza inutile, sproporzionata, provocatoria. Un'occupazione militare mascherata da operazione amministrativa. Il risultato era prevedibile: tensione, paura, caos. E sangue.

Il video dell'uccisione racconta una storia molto diversa da quella diffusa da Donald Trump e dalla sua segretaria alla Sicurezza Interna, Kristi Noem (l'invasata fuori di testa che si è vantata di aver ucciso il proprio cane - di poco più di 1 anno - per aver rovinato una caccia al fagiano). Si vedono agenti mascherati, armati, che si avvicinano a un'auto ferma in mezzo alla strada. Si sente urlare. L'auto arretra, poi avanza leggermente. Non si vede nessun agente travolto, nessun corpo a terra, nessun impatto evidente. Si vede invece un agente che spara a distanza ravvicinata. Tre colpi. Fine.

Eppure, per Trump, Renee Good avrebbe “investito volontariamente e brutalmente” un agente. Un'affermazione grave, non dimostrata, smentita dalle immagini disponibili. Ma per Trump la verità non è mai stata un requisito: è solo un ostacolo.

La cosa più inquietante non è nemmeno la sparatoria in sé. È quello che accade dopo. Prima ancora che un'indagine possa stabilire i fatti, l'amministrazione federale emette una sentenza che ha un valore politico devastante: l'agente ha agito correttamente, la donna era una terrorista, la colpa è della “sinistra radicale”. Il copione è sempre lo stesso: criminalizzare la vittima, santificare l'apparato repressivo, alimentare la paranoia.

Questa non è sicurezza. È propaganda armata.

Renee Good non era un'immigrata irregolare. Era una cittadina statunitense. Non stava partecipando a una rivolta. Stava svolgendo il ruolo di osservatrice legale delle operazioni dell'ICE, un'attività perfettamente legittima in uno Stato di diritto. Poche ore prima aveva accompagnato suo figlio a scuola. In auto con lei c'era sua moglie. È stata uccisa davanti a testimoni, in pieno giorno, senza che rappresentasse una minaccia credibile.

Definire tutto questo “legittima difesa” è un insulto all'intelligenza collettiva.

Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha avuto il merito di chiamare le cose con il loro nome, liquidando la versione federale come “stronzate” e invitando l'ICE a lasciare la città. Il governatore Tim Walz ha parlato di una provocazione evitabile. Ilhan Omar è stata ancora più chiara: non terrorismo, ma violenza di Stato.

Ed è esattamente questo il punto.

Quando agenti federali operano mascherati, armati, senza trasparenza, protetti da una quasi totale immunità giudiziaria; quando uccidono una cittadina e sanno che difficilmente verranno incriminati; quando la Casa Bianca interviene per blindare una versione dei fatti palesemente falsa prima ancora che parta un'indagine, non siamo più davanti a un eccesso isolato. Siamo davanti a un sistema.

Un sistema in cui la legge vale solo per chi non indossa una divisa federale. In cui i tribunali hanno svuotato di significato le cause per violazione dei diritti civili. In cui lo Stato federale può entrare in conflitto aperto con Stati e città, imponendo la propria forza come un potere coloniale interno.

Trump non sta “rendendo l'America sicura”. Sta normalizzando l'idea che lo Stato possa uccidere e poi riscrivere la realtà. Sta trasformando l'immigrazione in un pretesto per militarizzare lo spazio pubblico. Sta usando l'ICE come uno strumento politico, non come un'agenzia amministrativa.

Le proteste che hanno attraversato Minneapolis, New York, Chicago e altre città non sono isteria ideologica. Sono una risposta razionale a un potere che non accetta limiti. Le veglie, i fiori, le candele non sono solo per Renee Good. Sono per ciò che resta dello Stato di diritto.

Perché quando una madre viene uccisa e il presidente la chiama terrorista, il problema non è l'auto che si muove di qualche metro.
Il problema è un'amministrazione che ha deciso che la vita umana vale meno della propria narrazione politica.