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Giustizia, terremoto al ministero: si dimette anche Giusi Bartolozzi. Il conto politico del referendum è già arrivato

Non è una semplice uscita di scena. È il segnale plastico di una crisi politica che esplode nel cuore del ministero della Giustizia il giorno dopo la sconfitta referendaria. Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del Guardasigilli Carlo Nordio, si è dimessa nel pomeriggio, dopo un colloquio in via Arenula. Una decisione arrivata a stretto giro da quella del sottosegretario Andrea Delmastro delle Vedove. 

Due dimissioni nello stesso pomeriggio, nello stesso ufficio, con lo stesso ministro. E con lo stesso peso politico: quello di una bocciatura popolare che il governo non può più ignorare.

La sequenza è chiara. Delmastro lascia travolto dalle polemiche per la sua partecipazione a una società insieme alla figlia di un prestanome legato al clan Senese. Subito dopo, Bartolozzi segue la stessa strada.

Formalmente, due vicende diverse. Politicamente, un unico messaggio: il vertice del ministero della Giustizia si svuota nel giro di poche ore.

Il quadro è quello di un vero e proprio “terremoto” a via Arenula, con le dimissioni che arrivano all’indomani del referendum sulla giustizia, che ha visto prevalere il No e ha segnato una sconfitta per l’impianto della riforma sostenuta dal governo.

Bartolozzi, durante la campagna referendaria aveva invitato a votare Sì con toni durissimi, parlando della magistratura come di un “plotone di esecuzione” e sostenendo la necessità di “togliersi di mezzo” una parte dei giudici. 

Parole che avevano già scatenato richieste di dimissioni da parte delle opposizioni. Parole che il ministro Nordio aveva tentato di ridimensionare, senza però riuscire a spegnere la polemica.

Oggi, quelle frasi tornano come un boomerang politico. Perché non si trattava solo di un eccesso verbale, ma del segno di un’impostazione ideologica della riforma che gli elettori hanno respinto.

Le dimissioni non arrivano nel vuoto. Arrivano “il giorno dopo”. E questo dettaglio non è secondario.

Secondo diverse ricostruzioni, sono proprio le prime conseguenze politiche della sconfitta del governo al referendum sulla giustizia, che apre una crepa interna al ministero e, più in generale, nella strategia dell’esecutivo sulla riforma della magistratura. 

È difficile sostenere che si tratti di coincidenze. Senza quella bocciatura alle urne, difficilmente il sistema avrebbe prodotto un doppio passo indietro così rapido e così concentrato.

Ridurre tutto a errori personali sarebbe comodo. Ma rischia di essere fuorviante.

Il caso Delmastro – con i suoi intrecci opachi e politicamente devastanti – e quello Bartolozzi – con le sue dichiarazioni sopra le righe – diventano detonatori solo in un contesto già indebolito.

Quel contesto è la sconfitta referendaria. È lì che si rompe l’equilibrio politico. È lì che la linea del governo sulla giustizia perde legittimazione.

E quando viene meno il consenso, anche gli errori che prima venivano assorbiti diventano insostenibili.

Il messaggio è netto: la giustizia non è più terreno sicuro per l’esecutivo.

Le dimissioni di Bartolozzi e Delmastro segnano un punto di non ritorno. Non solo perché colpiscono due figure chiave del ministero, ma perché certificano che la sconfitta referendaria ha già prodotto effetti concreti, immediati, irreversibili.

Altro che incidente isolato. Qui siamo davanti a una crisi politica vera.

E, soprattutto, a una domanda che resta aperta: se il referendum ha fatto cadere i primi pezzi, quanti altri ne seguiranno? Santanchè, infatti, sarebbe già nel mirino. 

Autore Egidio Marinozzi
Categoria Politica
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