Agli italiani viene ripetuto da anni lo stesso ritornello: bisogna lavorare di più, bisogna lavorare più a lungo, bisogna arrivare ai 67 anni – e anche oltre – prima di poter lasciare il lavoro. Questo viene presentato come inevitabile, come una necessità imposta dai conti pubblici e dall’aumento dell’aspettativa di vita.
Ma è davvero questa la riforma delle pensioni promessa dal centrodestra?
Lavorare fino quasi a 70 anni non può essere considerata una riforma. Per molti cittadini suona più come una condanna.
Negli ultimi decenni l’età pensionabile in Italia è stata progressivamente alzata. Ogni governo ha spiegato che non c’erano alternative: i conti dello Stato devono quadrare, la popolazione invecchia, il sistema previdenziale deve reggere nel lungo periodo. Sono argomenti reali, certo. Ma la domanda che molti lavoratori si pongono è un’altra: perché a tirare la cinghia devono essere sempre gli stessi?
Mentre si chiede ai lavoratori di restare attivi sempre più a lungo, i diritti si assottigliano, i salari ristagnano e la prospettiva della pensione appare sempre più lontana. Per molti giovani, poi, il problema è ancora più grave: carriere discontinue, contratti precari e contributi insufficienti rischiano di tradursi in pensioni molto basse.
Nel dibattito pubblico si insiste spesso sull’idea che rinviare la pensione sia l’unico modo per salvare i conti pubblici. Eppure questa narrazione alimenta un sentimento diffuso tra i lavoratori dipendenti e i pensionati: quello di essere considerati una sorta di “bancomat” dello Stato, chiamati a coprire squilibri strutturali senza che venga mai messo in discussione il modello economico che li produce.
Quando si tratta di adeguare gli stipendi al costo reale della vita e di cancellare la Legge Fornero rispondono che “i soldi non ci sono”!
Questa è una bugia colossale, perchè i soldi ci sono. Vanno presi a chi ne ha troppi, a chi evade ed elude il fisco, a chi si arricchisce speculando sulle spalle dei cittadini onesti e per bene di questo paese!
E da qui nasce una domanda che molti italiani si pongono con crescente insistenza: è normale dover lavorare fino a settant’anni? Dopo una vita di lavoro, non dovrebbe essere garantito il diritto a qualche anno di vita vissuta con maggiore serenità e dignità?
Il nodo, in fondo, è proprio questo. Il lavoro è un pilastro della società, ma non può trasformarsi in una condanna senza fine. Una società che si definisce giusta dovrebbe riuscire a trovare un equilibrio tra sostenibilità economica e qualità della vita. Lavorare sì, contribuire al benessere collettivo sì, ma anche avere il tempo di vivere, di dedicarsi alla famiglia, agli affetti, alla propria salute, insomma potersi godere il meritato riposo dopo una vita di lavoro!
Se invece la prospettiva continua ad essere quella di lavorare sempre più a lungo, con stipendi sempre più bassi e pensioni sempre più incerte, allora la questione non riguarda solo l’età pensionabile. Riguarda il modello di società che abbiamo scelto.
Perché quando il progresso si misura soltanto con i conti in ordine, ma non con la dignità delle persone, rischia di trasformarsi in qualcosa di molto diverso, in regressione!
BASTA!
LA LEGGE FORNERO VA CANCELLATA.
- Va ripristinata la pensione di anzianità con 40 anni di contributi versati, svincolata dall’aspettativa di vita e senza penalizzazioni.
- Va riportata l’età pensionabile a 65 anni per i lavoratori e 60 anni per le lavoratrici.
- Vanno introdotte modifiche strutturali al meccanismo contributivo per garantire pensioni dignitose.
- Va separata la previdenza dall’assistenza.
- Vanno aumentate le pensioni basse e posto un tetto per le pensioni future a 5000 euro mensili.


