Esteri

Trump costretto alla pace: la guerra contro l'Iran fallisce e Washington firma l'accordo della resa


Donald Trump voleva una vittoria. Ha ottenuto un cessate il fuoco. Voleva piegare l'Iran. Ha finito per sedersi al tavolo delle trattative con la Repubblica Islamica. Voleva ridisegnare il Medio Oriente attraverso la forza militare. Si è ritrovato a firmare un accordo imposto dalla realtà di una guerra lunga, costosa e politicamente insostenibile.

È questa la lettura che emerge dall'analisi pubblicata dalla rete australiana ABC e rilanciata dall'agenzia di stampa iraniana IRNA, secondo la quale il memorandum raggiunto tra Washington e Teheran rappresenta la certificazione del fallimento strategico della Casa Bianca e della resistenza iraniana a un'offensiva che avrebbe dovuto cambiare gli equilibri regionali.

L'accordo non nasce infatti da una posizione di forza americana. Nasce dall'impossibilità degli Stati Uniti di raggiungere gli obiettivi che avevano dichiarato all'inizio del conflitto.

Dopo mesi di guerra, l'Iran è ancora in piedi. Il governo iraniano non è stato rovesciato. L'apparato militare della Repubblica Islamica continua a esistere. La capacità missilistica iraniana non è stata eliminata. L'influenza regionale di Teheran non è stata cancellata.

In compenso, la guerra ha prodotto conseguenze devastanti sull'economia mondiale, sui mercati energetici e sugli stessi interessi americani. I prezzi dell'energia sono aumentati. Le tensioni commerciali si sono aggravate. L'incertezza internazionale ha colpito investimenti e mercati. E soprattutto l'opinione pubblica americana ha mostrato sempre meno entusiasmo per un conflitto che appariva privo di risultati concreti.

Trump si è così trovato intrappolato nella stessa guerra che aveva contribuito ad alimentare.

Da uomo che prometteva vittorie rapide e schiaccianti si è trasformato nel presidente costretto a cercare una via d'uscita.

Secondo l'analisi australiana, questo epilogo è perfettamente coerente con il metodo politico del presidente americano. Per Trump ciò che conta è la firma. Conta l'annuncio. Conta la conferenza stampa. Conta il titolo sui giornali. Conta poter dichiarare di aver concluso un accordo.

Il contenuto dell'accordo viene dopo. I problemi della sua applicazione vengono dopo. Le conseguenze geopolitiche vengono dopo. L'importante è mostrare al mondo una fotografia da vincitore.

Ma questa volta l'immagine racconta una storia diversa.

L'accordo con l'Iran non è il simbolo di una vittoria americana. È il documento che certifica il fatto che la strategia della pressione militare non ha raggiunto gli obiettivi dichiarati.

Per mesi Washington e Tel Aviv hanno presentato il conflitto come una battaglia necessaria per neutralizzare definitivamente la minaccia iraniana. Il risultato è stato opposto. L'Iran ha resistito. La struttura dello Stato ha retto. La società iraniana si è ricompattata. Le istituzioni hanno mantenuto il controllo del Paese. Perfino alcuni osservatori occidentali hanno dovuto riconoscere che il progetto di destabilizzazione è fallito.

Ancora più significativo è il costo sostenuto dagli Stati Uniti e da Israele. La guerra ha consumato enormi quantità di munizioni e sistemi di difesa missilistica. Le spese militari hanno raggiunto livelli giganteschi. Alcuni analisti indipendenti hanno stimato costi quotidiani nell'ordine di miliardi di dollari. E tutto questo senza riuscire a eliminare la capacità offensiva iraniana.

In altre parole, Washington ha speso somme colossali per ottenere un risultato che avrebbe potuto perseguire attraverso la diplomazia fin dall'inizio.

L'accordo raggiunto oggi è infatti molto lontano dalla retorica che aveva accompagnato l'inizio del conflitto. Se davvero l'obiettivo era la resa di Teheran, la resa non c'è stata. Se davvero l'obiettivo era il cambio di regime, il cambio di regime non c'è stato. Se davvero l'obiettivo era cancellare il ruolo regionale dell'Iran, il ruolo regionale dell'Iran è ancora lì.

L'unica vera resa è quella delle illusioni strategiche costruite da Trump e da Benjamin Netanyahu. Non a caso uno degli effetti più evidenti della guerra è stata la crescente distanza tra Washington e Tel Aviv. Le tensioni tra il presidente americano e il premier israeliano sono diventate sempre più evidenti.

Le telefonate difficili, le divergenze strategiche e le polemiche sulla gestione del conflitto hanno mostrato che l'asse politico che aveva promosso l'offensiva non era più così compatto.

Trump aveva promesso di riportare la pace in Medio Oriente.

Ha ottenuto una regione ancora attraversata da tensioni, una crisi palestinese irrisolta e una guerra che ha rischiato di incendiare l'intero sistema internazionale. Aveva promesso stabilità. Ha prodotto instabilità. Aveva promesso una vittoria storica.

Ha firmato un compromesso.

Per questo motivo, nella lettura proposta da Teheran, il memorandum tra Iran e Stati Uniti non rappresenta il trionfo della diplomazia americana. Rappresenta la presa d'atto di un fallimento.

È il momento in cui Washington riconosce che la forza non è riuscita a ottenere ciò che la politica aveva promesso. È il momento in cui Trump abbandona la retorica della vittoria totale e accetta ciò che per mesi aveva cercato di evitare: il dialogo con un Iran che non è stato sconfitto.

Anzi, agli occhi di gran parte del mondo, esce dalla guerra più forte, più compatto e con un peso internazionale che gli avversari avevano tentato invano di cancellare.

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
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