Esteri

L'America di Trump: dall'impero al bullismo globale

C'è una linea sottile tra potenza mondiale e arroganza imperiale. Donald Trump l'ha cancellata da tempo, e oggi gli Stati Uniti non si comportano più come una nazione guida, ma come un padrone nervoso che minaccia chiunque osi affrontarlo. La Colombia di Gustavo Petro è solo l'ultimo bersaglio di una strategia che puzza di colonialismo vecchio stile, aggiornata al linguaggio volgare dei social e alle pistole puntate dell'ICE.

Trump parla di intervento militare contro la Colombia come se stesse scegliendo un ristorante. “Sounds good”, dice. Suona bene bombardare un paese sovrano? Suona bene minacciare un presidente eletto con frasi da gangster di periferia come “watch your ass” (Guardati il culo)? Questo non è realismo politico: è bullismo, ed è indegno di una superpotenza.

Petro ha ragione quando parla di “impero”. Gli Stati Uniti trattano l'America Latina come il proprio cortile di casa da decenni, ignorando leggi, confini e sovranità. Panama strappata alla Colombia, governi rovesciati, operazioni coperte, intelligence ovunque. Cambiano i presidenti, ma la logica resta la stessa: obbedite o pagherete.

Nel frattempo, Washington pretende di dare lezioni di civiltà mentre in casa propria scatena una caccia all'uomo. L'ICE, gonfiata a dismisura dall'amministrazione Trump, agisce come una forza di occupazione interna. Petro usa parole durissime – “brigate naziste” – che fanno male... ma il punto è un altro: quando un'agenzia federale spara e uccide una cittadina americana durante un'operazione migratoria, qualcosa si è spezzato. Non è più “sicurezza”, è abuso di potere.

Le cifre parlano chiaro: centinaia di migliaia di deportazioni, milioni di “auto-espulsioni” ottenute con la paura, decine di migliaia di persone detenute. E Trump ha il coraggio di parlare di democrazia mentre militarizza le città e trasforma l'immigrazione in un nemico interno da schiacciare.

Poi c'è l'ipocrisia economica. Venezuela, Colombia, America Latina: petrolio, carbone, oro, coca. Le guerre “per la democrazia” arrivano sempre dove ci sono risorse strategiche. Petro lo dice senza giri di parole: se gli Stati Uniti non avessero sabotato gli accordi sul clima, se non fossero ossessionati dai combustibili fossili, molte di queste tensioni semplicemente non esisterebbero. Ma l'America di Trump non guarda al futuro: scava, estrae, prende, e se serve minaccia.

L'arresto di Maduro da parte delle forze speciali statunitensi, con l'ombra della CIA dietro le quinte, è un messaggio chiarissimo per tutta la regione: nessuno è al sicuro. O sei allineato, o sei un obiettivo. Petro lo sa bene, e quando parla di “minaccia reale” non sta esagerando. Sta leggendo la storia.

E la risposta colombiana? Niente retorica eroica, niente illusioni militari. Petro è brutale anche qui: la Colombia non ha difese antiaeree, non può competere con l'esercito USA. Ma ha masse popolari, montagne, giungle. In altre parole: resistenza. È una frase che dovrebbe far riflettere Washington, perché gli imperi non cadono per mancanza di armi, ma per eccesso di arroganza.

Trump insulta Petro definendolo “malato” e “trafficante di cocaina”, ignorando vent'anni di lotta contro i cartelli e una storia personale pagata con l'esilio della famiglia. È la solita strategia: delegittimare, sporcare, disumanizzare. Funziona bene con l'opinione pubblica interna - quella rozza e ignorante dei MAGA -, meno con il resto del mondo, che vede sempre più chiaramente cosa sta diventando l'America.

Il paradosso finale è questo: nel tentativo di dominare tutto, gli Stati Uniti si stanno isolando. Trump crede di governare un impero, ma si comporta come il capo di una gang. E un impero che minaccia, insulta e spara invece di dialogare non è forte: è spaventato.

Petro lo ha detto senza diplomazia: un impero non si costruisce nell'isolamento. E l'America di Trump, oggi, sta scegliendo esattamente quella strada.




Fonte: intervista di BBC News al presidente della Colombia Gustavo Petro

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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