Esteri

Binazionalismo senza illusioni: la scelta che interroga gli ebrei israeliani

Il dibattito su una partnership ebraico-araba in Israele-Palestina si arena sempre nello stesso punto: si pretende una simmetria politica in una realtà che simmetrica non è. Si immagina un partito “congiunto”, uno spazio neutrale dove ebrei e palestinesi si siedano allo stesso tavolo, condividano la leadership e agiscano sulla base di una visione comune. Ma in un contesto segnato da apartheid, guerra genocida e supremazia ebraica sul piano politico, militare, economico e linguistico, questa idea non è solo scollegata dai fatti: finisce per riprodurre la gerarchia che dice di voler superare.

Se si prende sul serio il binazionalismo, la mossa iniziale non è la creazione di un nuovo contenitore “bilanciato”. È qualcosa di molto più scomodo: la partecipazione degli ebrei israeliani a iniziative e partiti guidati da palestinesi, anche quando questo sembra contraddire l’idea astratta di uguaglianza. Nella fase attuale, l’uguaglianza non può significare spartizione della leadership. Significa, per chi appartiene al gruppo dominante, rinunciare alla centralità e al diritto implicito di “detta­re le regole”, scegliendo di entrare in una lotta per i diritti guidata dal gruppo oppresso fino al raggiungimento di una sovranità realmente condivisa.

Non si tratta di un gesto morale o di buona volontà. È una responsabilità politica. In Sudafrica, durante l’apartheid, gli attivisti bianchi che si unirono ai movimenti neri non lo fecero per “equilibrare” la lotta, ma per incrinare dall’interno il sistema di privilegio di cui beneficiavano. Allo stesso modo, l’ingresso di ebrei israeliani in partiti arabi — o in formazioni a maggioranza palestinese che prevedano una partecipazione ebraica, come Hadash — è un passo verso il riconoscimento che il binazionalismo richiede una reale decostruzione dei rapporti di potere etno-nazionali. In altre parole, una decolonizzazione.

L’argomento diffuso in parte della sinistra israeliana — secondo cui servirebbe un nuovo “partito ebraico-arabo” perché quelli arabi non sarebbero davvero binazionali, essendo guidati da palestinesi — ignora il contesto storico e materiale in cui quei partiti operano. I partiti arabi in Israele hanno limiti reali: contraddizioni interne, disuguaglianze di genere, talvolta l’assenza di una visione binazionale formulata in modo sistematico. Ma da quasi vent’anni agiscono in condizioni di progressiva cancellazione politica e civile: restringimento dello spazio parlamentare, delegittimazione pubblica e legale, rappresentazione della stessa presenza politica palestinese come minaccia da neutralizzare.

In questo quadro, la semplice insistenza sulla rappresentanza politica, sul sumud — la fermezza — sulla sopravvivenza istituzionale e sulla difesa dei diritti elementari costituisce di per sé un atto radicale. Quando una comunità deve lottare per non essere cancellata, articolare un progetto ideologico compiuto diventa un lusso. L’assenza di un programma binazionale pienamente sviluppato non è una scelta di principio: è l’effetto di una realtà violenta e coloniale.

Un’analisi storica dell’attivismo politico palestinese dentro Israele dal 1948 restituisce un quadro diverso da quello dominante nel discorso pubblico. Per decenni, i partiti arabi sono stati spesso i principali — talvolta gli unici — attori a proporre un orizzonte politico condiviso, anche quando non lo chiamavano “binazionalismo”. Lo hanno fatto attraverso una lotta civile costante, rivendicando un’uguaglianza sostanziale e non solo formale e cercando di costruire partnership politiche dentro uno Stato strutturalmente diseguale.

Questo impegno non è mai stato separato dal legame con il resto del popolo palestinese, oltre la Linea Verde. Anche operando entro un quadro civico coercitivo, questi partiti hanno mantenuto un’affinità politica e morale con la lotta contro l’occupazione, percependola come parte di un più ampio processo di liberazione e di messa in discussione dell’egemonia etno-nazionale dello Stato ebraico.

Per questo il binazionalismo non può nascere da un nuovo partito “congiunto” privo di storia. Non può essere uno slogan sospeso sopra i rapporti di forza, modellato sulle convenienze della politica ebraico-israeliana. Inizia invece con una scelta netta: riconoscere che lo spazio politico non è neutrale, che la leadership non può essere simmetrica in una realtà asimmetrica, e che chi beneficia di una supremazia strutturale deve unirsi alla lotta, non guidarla.

Per gli ebrei israeliani che si oppongono alla supremazia ebraica, questo significa rinunciare alla leadership — almeno in una fase iniziale — e accettare di agire in spazi che non controllano, sotto guida palestinese, anche quando ciò mette in discussione un’identità liberale rassicurante. Significa spostarsi dalla ricerca di un “contenitore equilibrato” alla partecipazione in spazi politici già esistenti, che prevedano l’uguaglianza attraverso la rinuncia al privilegio.

Il binazionalismo proposto dai palestinesi cittadini di Israele non è una formula di convivenza astratta. È un’alternativa radicale al progetto coloniale: un tentativo di smantellare rapporti di dominio, riportare la responsabilità storica al centro della politica e costruire una comunità condivisa fondata su uguaglianza e giustizia.

La domanda, allora, è semplice e concreta: gli ebrei israeliani disposti a opporsi al regime di supremazia sono pronti a farlo in spazi che non controllano, accettando una leadership palestinese e mettendosi in contrasto con uno Stato che parla anche a loro nome? Senza questo passaggio, il discorso sulla partnership resta retorica priva di conseguenze.

Un futuro binazionale non dipende da una nuova etichetta ideologica, ma da una pratica politica nel presente. Non nascerà dall’ennesimo partito “misto”, bensì dal rafforzamento dei partiti palestinesi esistenti, dall’allargamento della loro base e da una presa di posizione chiara contro la supremazia etno-nazionale. Solo dentro una lotta che riconosce l’asimmetria dei rapporti di forza — invece di occultarla — può prendere forma una vera partnership politica.



Fonte: Locall Call _ +972 Magazine

The false symmetry of Jewish-Arab partnership

By Areej Sabbagh-Khoury
February 11, 2026


www.972mag.com/false-symmetry-jewish-arab-partnership-binationalism


Autore Giuseppe Ballerini
Categoria Esteri
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