Alla Open Studio Gallery di Roma, Patrizia Genovesi firma una mostra che riflette sull’identità nel tempo digitale, accogliendo anche lo sguardo di altri fotografi.
Nella cornice elegante e raccolta della Open Studio Gallery di Roma prende vita IDENTITY, la nuova mostra di Patrizia Genovesi, artista, regista e fotografa da sempre impegnata in una ricerca che intreccia estetica e pensiero, tecnologia e memoria.
Dopo il successo di COSMOS, che affrontava il tema della coscienza cosmica attraverso arte e scienza, IDENTITY si concentra sul rapporto tra essere umano, architettura e intelligenza artificiale, nel tentativo di rispondere — o almeno riformulare — una domanda cruciale: chi siamo, quando siamo online?

La mostra si articola in tre sezioni immersive, indipendenti ma interconnesse, e si sviluppa in uno spazio progettato per favorire un'esperienza di attraversamento lento, meditativo, dove suono, luce e immagini accompagnano il visitatore lungo un percorso concettuale e sensoriale.

 
Tre capitoli, un’unica domanda
Nella prima sezione, Architetture: la città giardino, Genovesi osserva la Garbatella quartiere romano carico di storia urbanistica e sociale — come spazio simbolico dell’identità condivisa.
Attraverso immagini, voce narrante e interfacce digitali, emerge una riflessione sul valore dello spazio abitato, del cortile, della prossimità: la città come estensione del corpo, come forma della relazione.

La seconda sezione, Nuove forme del vivere, si sposta a Copenaghen, capitale delle architetture modulari, del vetro e della standardizzazione residenziale.
Lì, l’identità si fa più incerta: ambienti belli ma neutri, spazi perfetti ma freddi, dove l’individuo appare sospeso tra efficienza e anonimato. È una domanda sulla nostra presenza: è ancora esperienza, o solo funzione?

Infine, la terza sezione, L’identità nell’epoca dell’algoritmo, è quella più sperimentale e aperta: qui la fotografia dialoga con l’intelligenza artificiale, la voce si dissolve in tracce digitali, e lo spazio si fa meno definito. Genovesi presenta video e opere fotografiche, Audio e realtà immersive.
È in questo contesto che Patrizia Genovesi ha scelto di aprire un confronto curatoriale con altri artisti e fotografi, invitandoli a proporre un’opera che fosse eco personale del concetto di identità.
Non un esercizio illustrativo, ma una riflessione autonoma, un gesto visivo, poetico o critico che si ponesse in relazione, non in subordine, al percorso principale della mostra.

 
Sette artisti per sette sguardi sull’identità
Nella pluralità delle opere esposte, emergono tensioni comuni: il rapporto tra reale e rappresentazione, la crisi del corpo, l’ambivalenza del digitale, la persistenza dello sguardo umano.

Partecipa AFIP International, Associazione Internazionale dei Fotografi Professionisti con

Andrea Rovatti, con la serie Il diavolo si nasconde nei dettagli, indaga l’ambiguità della percezione: figure che sembrano persone e sono manichini, immagini reali accostate a visioni immaginarie, in un gioco che mette in crisi la fiducia nella fotografia.
La sua ricerca tocca il cuore del problema: se tutto può essere post-prodotto, cosa possiamo ancora credere di vedere davvero?

Francesco Lupò, con l’opera We just go where the night is, offre una visione inquieta dell’osservazione costante. Una moltitudine di statuette dai volti fissi — tratte dall’installazione “Humanity Promenade” di Nicola Genco — diventa metafora del controllo algoritmico e della sorveglianza permanente.
L’immagine è buia, silenziosa, ma densissima: ci siamo anche noi, nel mirino.

Roberto Ghislandi affronta il tema dell’identità da un punto di vista industriale, con la fotografia Linea di produzione robotizzata Roche.
Qui il soggetto non è umano, ma tecnologico. Tuttavia, è proprio la freddezza della macchina che solleva le domande fondamentali: chi siamo in un mondo dove l’automazione prende il nostro posto? E se anche la tecnologia iniziasse a chiedersi “chi sono?”, cosa accadrebbe alla nostra unicità?

Con uno sguardo personale e introspettivo, Veronica Carullo firma l’opera Identity, dove la fotografia e l’intelligenza artificiale si fondono per rivelare ciò che normalmente resta nascosto.
La luce, il colore, la composizione diventano strumenti per raccontare la parte più intima dell’identità, quella che non si mostra, ma si intuisce. Il volto ritratto non è solo un volto: è un modo di vedere se stessi, e di farlo attraverso la trasformazione digitale.

Ruggero Giuliani affronta invece il concetto di identità attraverso un discorso stratificato e visivo che coinvolge icone della storia dell’arte e le loro trasfigurazioni nel tempo digitale.
Senza riferimenti univoci all’opera esposta, la sua riflessione ruota attorno a volti noti come la Gioconda, la ragazza con l’orecchino di perla, Marilyn Monroe o le maschere di Cindy Sherman, oggi riplasmati da algoritmi, intelligenze artificiali e remix iconografici.
L’identità non è più un volto da ritrarre, ma un flusso da manipolare. Giuliani ci invita a considerare come il ritratto – da sempre forma simbolica dell’io – diventi oggi un territorio instabile, dove basta un filtro per essere qualcun altro.

Chiudono la sezione collettiva Marcello Battaglia, regista e autore, con un contributo filmico che si muove tra documentazione e narrazione, lasciando spazio a una lettura mobile del concetto di identità.

Marika Grossi, in Per aspera ad astra, costruisce un ponte poetico tra la solidità storica e l’infinità del cosmo.
La fotografia di una torre antica, posta sotto un cielo stellato, diventa simbolo di resistenza e identità profonda, in contrasto con l’effimero delle tecnologie.
Un’immagine che invita a guardare ciò che non si vede, e a riconoscere le radici che ci rendono umani anche nell’epoca dell’IA.

 
Una mostra aperta, un’esperienza in divenire
L’inserimento di queste opere non è decorativo, né celebrativo. È un gesto curatoriale consapevole: aprire lo spazio espositivo a più visioni, a più linguaggi, e offrire al pubblico non una soluzione, ma un campo di domande attive.

IDENTITY è, in questo senso, una mostra radicalmente contemporanea, che non si limita a rappresentare l’identità, ma la interroga nella sua fragilità, nelle sue trasformazioni, nelle sue proiezioni artificiali.
È una riflessione sull’essere visti e sull’essere guardati, sull’“abitare” un corpo e un luogo, ma anche un profilo, una rete, un algoritmo.

Il saggio teorico di Patrizia Genovesi, Dove siamo quando siamo online?, che costituisce la base concettuale del progetto, parla del digitale come di un “non-luogo della coscienza”: uno spazio che ci permette di agire, ma non di situarci. La mostra rende visibile questa tensione — tra presenza e perdita di orientamento — in modo poetico, strutturato e accessibile a ogni livello di lettura.

 
Info mostra visitabile solo su prenotazione


📍 Open Studio Gallery, via Villa Belardi 18 – Roma
🗓️ Fino al 30 ottobre 2025
🕓 Orari di visita: lun–sab 16:00–20:00, sabato 25 anche 10:00–13:00
📧 Prenotazioni: [email protected]
🌐 www.patriziagenovesi.com