Chris Olah, cofondatore della società che sviluppa Claude AI, lancia un appello insieme a Papa Leone XIV: serve controllo pubblico, regole morali e protezione sociale davanti al rischio di una rivoluzione tecnologica capace di cancellare milioni di posti di lavoro.
L’intelligenza artificiale non può essere lasciata nelle mani delle sole aziende tecnologiche. È questo il messaggio forte, quasi inquietante, arrivato dal Vaticano durante la presentazione della prima enciclica di Papa Leone XIV dedicata alle sfide dell’AI. A sposare in pieno tale tesi non è stato un attivista anti-tecnologia o un politico ostile alla Silicon Valley, ma uno dei protagonisti stessi della nuova rivoluzione digitale: Chris Olah, tra i fondatori della società americana Anthropic, creatrice del sistema Claude AI e oggi considerata una delle principali concorrenti di OpenAI.
Presente a Roma all'evento di presentazione dell'encilica, Olah ha pronunciato parole che fotografano il clima di crescente preoccupazione attorno all’intelligenza artificiale generativa. “Esiste una reale possibilità che l’AI sostituisca il lavoro umano su scala molto ampia”, ha detto il ricercatore canadese. E se questo scenario dovesse concretizzarsi, ha aggiunto, sostenere le persone espulse dal mercato del lavoro diventerebbe “un imperativo morale di proporzioni storiche”.
Non è un’affermazione banale. Negli ultimi mesi il dibattito pubblico sull’AI si è spesso concentrato sulle opportunità economiche, sugli investimenti miliardari e sulla corsa globale tra Stati Uniti e Cina. Molto meno spazio è stato dedicato alle conseguenze sociali concrete: perdita di occupazione, concentrazione della ricchezza tecnologica, potere crescente di poche multinazionali e difficoltà delle istituzioni nel comprendere sistemi sempre più opachi e complessi.
Ed è proprio su questo punto che l’intervento di Olah assume un significato politico e culturale enorme. Perché a parlare non è un critico esterno del settore, ma uno degli uomini che stanno costruendo questi strumenti. Olah ha infatti ammesso apertamente che le aziende dell’AI operano sotto pressioni commerciali, geopolitiche e personali che possono entrare in conflitto con l’interesse collettivo.
“Ogni laboratorio di frontiera sull’intelligenza artificiale opera dentro un sistema di incentivi e vincoli che talvolta confliggono con il fare la cosa giusta”, ha spiegato. Una frase che suona quasi come una confessione pubblica sul modello di sviluppo che sta guidando la corsa all’AI: una competizione feroce nella quale velocità, mercato e supremazia strategica rischiano di prevalere sulla prudenza.
Per questo, secondo il cofondatore di Anthropic, servono controlli esterni. Non bastano gli impegni volontari delle aziende. Non bastano i codici etici scritti dai colossi tecnologici. Servono governi, società civile, università, comunità religiose e organismi indipendenti capaci di esercitare una reale supervisione.
La Chiesa cattolica sta tentando di ritagliarsi un ruolo di riferimento morale nella discussione globale sull’intelligenza artificiale, cercando di riportare al centro temi come dignità umana, giustizia sociale e limiti etici della tecnologia. La scelta di invitare Olah come unico rappresentante delle Big Tech presenti all’evento appare significativa proprio perché Anthropic ha costruito gran parte della propria immagine pubblica attorno alla sicurezza dell’AI.
La società è nata nel 2021 dopo la rottura tra alcuni ricercatori e OpenAI. I fondatori di Anthropic lasciarono infatti l’azienda guidata da Sam Altman per il timore che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale stesse procedendo troppo rapidamente, senza sufficienti controlli e test di sicurezza. Da allora Anthropic ha cercato di presentarsi come l’azienda “prudente” del settore, spesso entrando in contrasto anche con l’amministrazione del presidente Donald Trump.
Uno dei punti di attrito più forti riguarda l’uso militare dell’AI. Anthropic insiste infatti sulla necessità di mantenere limiti rigidi contro l’impiego dei modelli per targeting autonomo di armi o sistemi di sorveglianza interna. Un tema destinato a diventare sempre più centrale mentre gli eserciti di tutto il mondo accelerano sull’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi bellici.
Ma il passaggio forse più significativo dell’intervento di Olah riguarda la paura. Una paura che, secondo lui, soprattutto tra i giovani sta crescendo rapidamente. “È un momento spaventoso”, ha dichiarato ai giornalisti. “Le cose si stanno muovendo molto velocemente. È una tecnologia estremamente potente”.
Dietro queste parole emerge uno dei grandi paradossi dell’epoca contemporanea: gli stessi scienziati che sviluppano l’AI sembrano ormai tra i più consapevoli dei rischi che essa comporta. Non soltanto per il lavoro, ma anche per la distribuzione globale del potere economico e tecnologico.
Olah ha indicato tre emergenze principali: il rischio di disoccupazione di massa, la necessità di condividere i benefici dell’AI a livello globale e il problema dell’opacità dei sistemi avanzati. Oggi, infatti, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale è concentrato in pochissimi Paesi ricchi e in un numero ristretto di aziende private. Il rischio è che la nuova rivoluzione industriale allarghi ulteriormente il divario tra nazioni tecnologicamente dominanti e resto del mondo.
“Come possiamo assicurarci che i benefici dell’AI vengano condivisi globalmente?”, si è retoricamente chiesto Olah. È una domanda che va ben oltre la tecnologia. Riguarda la redistribuzione della ricchezza, il controllo democratico degli algoritmi e il futuro stesso delle società occidentali.
Perché l’impressione crescente è che l’intelligenza artificiale non rappresenti semplicemente una nuova innovazione tecnologica, ma una trasformazione storica paragonabile alla rivoluzione industriale. Con una differenza fondamentale: questa volta il cambiamento avanza a una velocità mai vista prima, mentre politica e istituzioni sembrano ancora rincorrere eventi che sfuggono di mano quasi giorno dopo giorno.

