di Lucia De Sanctis

Il criminologo Vincenzo Musacchio racconta che, da quando ha scelto di affrontare apertamente temi scomodi come le mafie e la corruzione, si è ritrovato quasi completamente isolato. Persone che un tempo lo circondavano sono scomparse, lasciando soltanto rare amicizie genuine. Quegli amici con cui condivideva momenti e riflessioni sono svaniti nel nulla: ad oltre trent’anni di distanza, la dolorosa consapevolezza che molti si sono allontanati per evitare di confrontarsi con verità scomode. Il motivo è chiaro e amaro: pochi desiderano guardare dove sarebbe necessario intervenire. All’inizio, quando il suo approccio era più cautamente critico,

Musacchio riceveva numerosi riconoscimenti, persino da politici e imprenditori. Nel momento in cui ha deciso di parlare senza censure né filtri, ogni rapporto superficiale si è dissolto e l’ambiente attorno a lui è diventato improvvisamente deserto. Coloro che sembravano vicini si sono volatilizzati senza lasciare tracce. Un episodio rappresentativo risale a qualche anno fa, durante una cerimonia nazionale di grande prestigio in cui fu premiato: a parte gli amici autentici di sempre, nessuno tra i presenti si avvicinò per salutarlo o scambiare anche poche parole. Pur costatando questo isolamento, Musacchio non nutre acredine: ha imparato a conviverci e afferma di star bene così. Tuttavia la sua esperienza l’ha reso più lucido e severo nel giudizio sulla realtà che lo circonda. Ha riconosciuto complicità reali, omissioni volontarie, bugie taciute e comportamenti scorretti d’individui — anche all’interno delle istituzioni — che partecipano senza vergogna a cerimonie commemorative di chi, indirettamente, ha contribuito a far morire.

Questo doppio registro — apparente partecipazione pubblica e contemporanea complicità privata — è tra le dinamiche più insidiose della lotta alla criminalità organizzata. Musacchio pone l’accento infine sull’esistenza di una parte pulita del Paese, che incarna valori autentici di civiltà e responsabilità: magistrati seri, giornalisti investigativi, forze dell’ordine, associazioni civiche, insegnanti e cittadini impegnati. Tuttavia quella fetta di società appare sempre più marginalizzata, meno influente e incapace di incidere realmente nel contrasto alle mafie.

Se si vuole combattere seriamente il sistema mafioso, questo squilibrio — la marginalizzazione della parte onesta e la tolleranza verso le complicità — resta uno dei problemi più urgenti e difficili da affrontare.