A spiegare il senso del pacchetto sicurezza ci ha pensato fin da subito Giorgia Meloni, ovviamente non in conferenza stampa, ma con un comizio tv organizzato dal "reggi microfono" mediaset Paolo Del Debbio: «Serve un approccio più duro». Traduzione: più potere alle forze dell'ordine, meno fastidi dalla magistratura, tolleranza zero verso chi protesta. In sostanza, l'unica sicurezza che viene garantita non è quella dei cittadini, ma quella di regime.

Meloni parla chiaro. Gratifica la polizia con uno pseudo–scudo penale che somiglia moltissimo a quello che il governo sogna da anni e che finge periodicamente di non voler introdurre. E attacca la magistratura, colpevole di fare il proprio mestiere invece di obbedire: «Il doppiopesismo di una parte della magistratura rende difficile essere efficaci». In altre parole: il problema non sono le leggi, ma i giudici che le applicano.

Nel mirino c'è la scarcerazione dei manifestanti di Torino. Meloni è «indignata». Nordio rincara la dose evocando le Br, con citazioni colte a caso e fuori contesto. La solita tecnica: si alza il livello dello scontro, si agita lo spettro del terrorismo e si giustifica qualsiasi stretta repressiva. 

Ma che le ulteriore nuove norme abbiano a che fare con la “sicurezza” è una presa in giro. Queste norme non combattono la criminalità diffusa: colpiscono il dissenso, che è l'unica vera minaccia che questo governo percepisce, perché ha come obiettivo non la salvaguardia dei cittadini, ma la propria sopravvivenza politica.

La cauzione per le manifestazioni? Formalmente non c'è. Nella sostanza sì: depenalizzi, ma carichi gli organizzatori di sanzioni economiche fuori scala. Il risultato è identico: chi protesta paga. E chi non può pagare, sta a casa.

Il fermo preventivo di 12 ore resta. Cambia la forma, non la sostanza. Un po' di slalom giuridico, una parola messa bene (“anche”), e il potere discrezionale resta intatto. Basta un “fondato motivo”. Formula vaga, comoda, pericolosa. Lo Stato che ti ferma prima, e poi semmai si giustifica.

Lo scudo penale viene esteso. Non solo agli agenti in divisa, ma anche a chiunque spari per “legittima difesa” senza esserlo. Tutti protetti, tutti iscritti in registri speciali invece che tra gli indagati. Formalmente è uguaglianza davanti alla legge. Nella realtà è un passo verso la licenza di sparare. Applausi, brindisi, retorica patriottica.

Per ora il bersaglio è il dissenso. Gli immigrati arriveranno dopo. Anzi, subito: nuovo ddl, approvazione lampo, interdizione delle acque territoriali in caso di “pressione migratoria”. Non lo chiamano blocco navale, ma è quello. Cambia il nome, non la sostanza.

E poi il contorno: droni sulle manifestazioni. Divieto di manifestare a vita per chi ha precedenti, anche per reati minori contro pubblico ufficiale. Resistenza passiva trasformata in reato penale: Gandhi e Martin Luther King oggi finirebbero in questura. Zone rosse decise dai prefetti contro i denunciati, non i condannati. Sgomberi a raffica, anche delle seconde case. Numeri da esibire come trofei.

Questa non è sicurezza. È controllo. Non è protezione dei cittadini, è protezione del potere. Non è lotta al crimine, è gestione autoritaria del conflitto sociale.

Il governo la chiama ordine. Ma è solo paura: paura del dissenso, della piazza, della protesta, della perdita di consenso. E quando un governo ha paura dei cittadini, non costruisce sicurezza. Costruisce repressione. E la spaccia per legge.