“Le prime luci dell’alba di un giorno che, forse, verrà”
Sono tante le immagini che comporranno la nostra memoria su questa vicenda. Immagini terribili, troppe, di tanti momenti e situazioni diverse e per tutti i protagonisti. Il dolore è lo stesso, sotto ogni bandiera, ed è difficile anche solo guardarle, comodamente seduti nei nostri salotti. Empatia è mettersi nei panni degli altri, e provare a sentire quello che provano loro; cosa vivono e come lo possano vivere e sopportare. Difficile.

È sera, sono nel mio studio accanto a tutte le mie cose, e da qualche momento non riesco a staccar gli occhi da questa immagine senza sentirmi costretto a riflettere, e provare sofferenza. Non c’è l’orrore del sangue e della morte, dello strazio e del dolore e della disperazione, corredo di tutte le guerre a cui siamo abituati.

C’è un fiume di persone che da due anni vagano spostate di continuo, cariche delle povere cose che sono tutto ciò che gli è rimasto, e che ora però camminano verso quello che il Cardinale Pizzaballa ha definito essere solo “le prime luci dell’alba di un giorno che forse verrà”.

Non c’è stanchezza o scoramento che tenga perché ciò che li muove è la speranza di tornare finalmente a casa, alle loro case, sapendo che probabilmente non ci sarà più nulla di ciò che avevano lasciato. Troveranno, si dice, una distesa di cinquanta milioni di tonnellate di cemento amianto e cadaveri, a seppellire sotto macerie le vite che avevano.

Forse non c’è altro che possano fare, altro posto dove possano andare, ma forse è solo lì che desiderano tornare, per sperare di poter ricominciare. La stessa speranza, anche dall’altra parte del muro.

Chissà se i potenti della terra, coloro che, per interessi e fanatismi, muovono e decidono della vita degli altri, sanno cosa significhi e quanto preziosa e potente sia… quella speranza!