Giorgia Meloni: "A sinistra, soprattutto nel Pd, non mancano autorevoli esponenti favorevoli alla separazione delle carriere. Alcuni leader storici come Goffredo Bettini, però, hanno assunto una posizione particolare: la riforma della giustizia è corretta ma bisogna votare no per indebolire la premier. Vuole commentare?”
I cittadini non devono cadere in questa trappola, nella quale più di qualcuno vorrebbe farli cadere. Devono andare a votare pensando a ciò che serve e che reputano più utile per l’Italia, non a ciò che conviene al Governo o ad un partito. E lo dico perché i governi passano, i partiti pure, ma la Costituzione rimane e incide sulla vita di tutti.
Questa riforma non è di destra né di sinistra. È una riforma di semplice e puro buonsenso, e non è affatto un caso che molti dei punti che prevede – dalla separazione delle carriere al sorteggio per il Csm – siano stati proposti in passato da chi oggi li contesta con tanto impeto, col solo obiettivo di attaccare politicamente il Governo. Ma la verità è che questa riforma è una riforma giusta e che riguarda la vita di tutti, la nostra libertà e i nostri diritti. Dopo decenni di rinvii, tentativi falliti e occasioni mancate, siamo arrivati all’ultimo miglio. Il traguardo è in vista, ma riusciremo a tagliarlo solo se i cittadini ci daranno una mano". (intervista odierna a “Il Dubbio”)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni sostiene che la riforma della giustizia proposta dal suo governo sarebbe «di semplice e puro buonsenso», una riforma «né di destra né di sinistra» destinata a rafforzare libertà e diritti.
È una narrazione suggestiva, ma profondamente fuorviante. Perché se si osserva il testo e il metodo con cui questa riforma è stata costruita emergono tre problemi enormi: il metodo con cui è stata approvata, le contraddizioni costituzionali del progetto e il rischio concreto di controllo politico della magistratura attraverso i decreti attuativi.
Vediamoli punto per punto.
1. Il primo problema: una riforma costituzionale senza vero dibattito parlamentare
La premier invita i cittadini a votare pensando alla Costituzione. Paradossale, perché proprio la Costituzione è la prima vittima di questa operazione politica.
Una riforma costituzionale dovrebbe nascere da un confronto lungo e trasparente nelle Camere. È successo per tutte le grandi revisioni istituzionali del passato: mesi di audizioni, dibattito tra giuristi, confronto tra maggioranza e opposizione.
In questo caso invece il percorso è stato accelerato e blindato, ridotto a una prova di forza politica della maggioranza.
Il Parlamento è stato trasformato in un passacarte, mentre il governo ha imposto tempi e contenuti.
Non è un dettaglio procedurale: la forma è sostanza quando si modifica la Costituzione. Se la revisione nasce da un atto di forza e non da un consenso ampio, il risultato non è una riforma condivisa ma un’arma politica contro un altro potere dello Stato.
2. La separazione delle carriere: uno slogan più che una soluzione
Meloni presenta la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti come una misura di «buonsenso». È una formula retorica molto efficace, ma semplifica un problema complesso.
Nel sistema italiano, infatti, la magistratura è un ordine unico proprio per garantire l’indipendenza dei pubblici ministeri dal potere politico. Separare rigidamente le carriere significa creare due magistrature diverse: una giudicante e una requirente.
Il rischio denunciato da molti costituzionalisti è chiaro: una volta separato il pubblico ministero dal resto della magistratura, diventa molto più semplice ricondurlo sotto l’influenza del potere esecutivo, come accade in molti altri sistemi.
In altre parole: non è affatto detto che questa riforma rafforzi l’indipendenza della giustizia. Potrebbe fare esattamente il contrario.
3. Il sorteggio per il CSM: una scorciatoia che indebolisce la magistratura
Altro punto rivendicato dalla premier è il sorteggio dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno previsto dalla Costituzione. L’argomento del governo è semplice: il sorteggio servirebbe a combattere le correnti interne alla magistratura. Ma anche qui la soluzione proposta è drastica e discutibile.
Il CSM non è un’assemblea casuale: è l’organo che decide carriere, trasferimenti e procedimenti disciplinari dei magistrati.
Trasformarlo in un organismo in parte selezionato per sorte significa indebolire il principio di rappresentanza professionale e aprire la strada a un sistema molto più fragile e manipolabile.
Il risultato rischia di essere paradossale: non meno politicizzazione, ma più spazio per influenze esterne.
4. Il vero nodo: i decreti attuativi che nessuno ha visto
Il punto più inquietante della riforma non è neppure nel testo costituzionale.Sta nei decreti attuativi che dovranno tradurre queste modifiche in norme operative.
E qui emerge il vero problema democratico: nessuno conosce ancora questi decreti. Non li conosce il Parlamento. Non li conoscono i cittadini. Non li conoscono nemmeno molti magistrati.
Eppure saranno proprio quei decreti a stabilire:
- come funzioneranno i nuovi organi disciplinari
- come verranno organizzate le carriere separate
- quali poteri avranno i nuovi organismi di controllo
In altre parole, la vera architettura della riforma sarà scritta dopo, nelle stanze del governo.
È qui che si annida il rischio più serio: il controllo politico della magistratura attraverso la normativa secondaria.
5. La retorica del “buonsenso” e il problema della democrazia costituzionale
Meloni sostiene che chi critica la riforma lo faccia solo per attaccare il governo. È una lettura comoda, ma falsa. Le critiche arrivano da costituzionalisti, magistrati, associazioni forensi e studiosi del diritto che non hanno nulla a che fare con la polemica partitica.
Il punto non è difendere una corporazione. Il punto è difendere l’equilibrio tra i poteri dello Stato. La Costituzione italiana è costruita proprio su questo equilibrio: esecutivo, legislativo e giudiziario devono restare autonomi.
Quando un governo cerca di ridisegnare il sistema giudiziario senza consenso e senza chiarezza sulle regole future, la questione smette di essere tecnica e diventa democratica.
6. Un’operazione politica, non una riforma della giustizia
Alla fine la domanda è semplice: questa riforma serve davvero a migliorare la giustizia?
Nonostante le dichiarazioni strombazzate fatte in tal senso da Meloni, Salvini e altri, questa riforma non affronta i veri problemi del sistema giudiziario:
- i tempi dei processi,
- la carenza di personale,
- la digitalizzazione incompleta,
- l’organizzazione dei tribunali
Interviene invece sull’equilibrio dei poteri, cioè sul rapporto tra politica e magistratura. Per questo molti giuristi parlano di una riforma pensata più per regolare i conti con i giudici che per migliorare la giustizia.
Riassumendo...
La premier sostiene che la Costituzione resta mentre i governi passano. È vero. Ed è proprio per questo che una riforma costituzionale non può essere scritta come una battaglia politica del momento. Perché quando si modifica la Costituzione non si sta riformando un governo: si sta cambiando l’architettura della democrazia.
E farlo senza un vero confronto parlamentare, senza consenso largo e senza conoscere le regole operative future non è riformismo. È un azzardo istituzionale. Forse il più grande degli ultimi decenni.


