Esteri

Zelensky al Consiglio europeo: “Nessuna ricompensa all'aggressore”. La sfida degli asset russi congelati


Nel suo intervento al Consiglio europeo del 18 dicembre, Volodymyr Zelensky ha scelto un registro insieme celebrativo e ultimativo: riconoscere il percorso compiuto dall'Unione dall'inizio dell'invasione russa e, allo stesso tempo, chiedere una decisione che per Kiev è diventata la cartina di tornasole della credibilità europea. Al centro del suo intervento c'è una richiesta netta: il totale utilizzo degli asset russi congelati – circa 200 miliardi di euro, nella cifra citata dal presidente ucraino – per difendere l'Ucraina e riparare i danni dell'aggressione.

“L'Europa ha ottenuto molto”: il bilancio politico e morale
Zelensky apre ringraziando i leader per il sostegno che “ha aiutato a salvare tante vite dal 2022”, ma soprattutto costruisce un bilancio: l'Europa, dice, ha attraversato dubbi e passaggi difficili senza farsi spezzare. Il messaggio è doppio: Putin non è riuscito a piegare l'Ucraina, e non è riuscito nemmeno a far apparire l'Europa “come una perdente”.

Da qui, una tesi ricorrente: ogni volta che l'Europa ha “retto la linea” per proteggere se stessa, il proprio stile di vita e l'Ucraina, ha avuto ragione e ha prodotto risultati. Zelensky elenca alcune di queste “prove” politiche:

  • la fine della dipendenza dall'arma energetica russa, descritta come la “demilitarizzazione” del gas di Mosca;
  • la tenuta del sostegno militare e industriale europeo, che secondo Kiev doveva “crollare” nelle speranze russe;
  • la resilienza politica interna dell'UE anche dopo cambi di scenario negli Stati Uniti, che – nel racconto di Zelensky – il Cremlino avrebbe salutato come l'inizio del declino europeo.

C'è anche un passaggio che non può non riguardare anche l'Italia: la capacità di neutralizzare forze politiche “tossiche” finanziate da Mosca per dividere l'Unione. Zelensky non nega che la propaganda d'odio russa sia ancora attiva, soprattutto sui social, ma insiste sul punto che davvero conta: non ha spezzato la rete di solidarietà tra europei, una solidarietà che “vive nel cuore delle persone”, non solo nelle istituzioni.

Il nodo: trasformare i beni russi congelati in uno scudo per l'Europa e per Kiev
Dopo aver costruito il quadro, Zelensky arriva alla domanda politica: se l'Europa ha resistito e vinto su così tanti fronti, com'è possibile che si rompa adesso? È qui che introduce la decisione “sul tavolo”: usare gli asset russi per difendersi dall'aggressione russa.

La sua argomentazione è pensata per parlare contemporaneamente a governi, opinioni pubbliche europee e cittadini ucraini, toccando i seguenti temi:

  • Morale: per Zelensky, è una delle scelte “più chiare e moralmente giustificate” immaginabili. Ribalta la questione: non sarebbe “sbagliato” usare soldi russi per ricostruire case ucraine distrutte; sarebbe incomprensibile non farlo.

  • Politica interna europea: torna più volte sull'impatto elettorale. “Nessuno potrà spiegare agli elettori europei” perché si dovrebbero restituire 200 miliardi a Putin dopo la devastazione e i sacrifici imposti dalla guerra.

  • Conseguenze e responsabilità: la frase chiave è una: “l'aggressore deve pagare”. Zelensky paragona la misura alla confisca di denaro ai narcos o al sequestro di armi ai terroristi: non un gesto simbolico, ma un principio di ordine pubblico internazionale.

Sul punto più delicato – la legalità – il presidente ucraino insiste senza entrare nei tecnicismi: “è morale, è giusto ed è legale”, confermato da molti professionisti. E aggiunge un elemento politico cruciale: dev'essere “l'Europa” a decidere, non pressioni esterne e non tentazioni di “svendere” interessi europei a Mosca.

Due scenari: armi adesso o ricostruzione dopo
La parte più operativa del discorso è costruita come un bivio.

Se la guerra non si chiude presto con la diplomazia, e la Russia mostra di voler continuare a combattere anche l'anno successivo, Zelensky dichiara che i fondi verranno usati “per lo più per le armi”. Non lo presenta come un'opzione aggressiva, ma come la risposta “comprensibile” a un inverno di attacchi e alla necessità di proteggere città e infrastrutture.

Qui introduce anche un argomento “industriale” rivolto ai governi UE: una quota importante andrebbe a armi europee, sostenendo le industrie del continente e la filiera della difesa “europea e ucraina”. Ma aggiunge una nota di realismo: serve flessibilità per acquistare ciò che l'Europa “non produce ancora”, e cita esplicitamente sistemi statunitensi, in particolare i missili per Patriot per la difesa aerea. È in questo punto che menziona il programma PURL, riconoscendo che “non a tutti piace”, ma presentandolo come una soluzione concreta per “superare questo inverno”.

Se invece la diplomazia funziona e la Russia compie passi reali verso la fine della guerra, allora gli asset congelati dovrebbero finanziare la ripresa e la ricostruzione, con un ulteriore richiamo alle opportunità per le imprese europee che contribuirebbero ai lavori.

In entrambi i casi, la struttura del ragionamento resta identica: chi ha distrutto deve pagare. Cambia solo l'ordine di priorità tra difesa immediata e ricostruzione.

La logica della pressione: togliere a Putin “la speranza” di riavere i soldi
Zelensky non chiede soltanto risorse: chiede un segnale strategico. Secondo lui, lasciare aperta la possibilità di restituzione equivale a regalare a Putin una leva psicologica e finanziaria: la speranza che basti “resistere” uno o due anni e poi incassare un ritorno.

Il presidente sostiene che il Cremlino può prolungare la guerra finché ha enormi quantità di denaro per uomini, equipaggiamento e acquisti all'estero. E afferma che Mosca non può sostenere indefinitamente contemporaneamente guerra e stabilità sociale, indicando segnali di compressione della spesa e dei pagamenti. Per Zelensky, la conclusione è politica prima che economica: non bisogna dare alcun “buon segnale” su quei fondi.

L'UE di fronte a una prova di credibilità
Nella parte finale, Zelensky alza il tiro: collega gli asset russi alla discussione più ampia sulle garanzie di sicurezza. Come si può credere davvero a future garanzie – chiede – se l'Europa non riesce a garantire nemmeno questa, “moralmente cristallina”: una garanzia finanziaria per l'Ucraina?

Il ragionamento è severo: senza una decisione ora, parole come solidarietà europea e capacità di difendere la giustizia “diventerebbero vuote”, e non solo la Russia ma altri attori globali potrebbero concludere che l'Europa “può essere sconfitta”. Da qui il mantra: “nessuna ricompensa per l'aggressore”, definito “principio chiave della pace”.

Zelensky cita infine la proposta della Commissione europea per un “Reparation Loan” come approccio “intelligente e giusto”, utile anche a rafforzare la posizione negoziale ucraina: se Kiev (e Putin) sanno che l'Ucraina può reggere “per alcuni anni”, la convenienza russa a trascinare la guerra si riduce.

Un discorso che parla a Bruxelles, ma anche agli europei
L'intervento del 18 dicembre è costruito come una narrazione di resistenza europea e ucraina che deve sfociare in una scelta: trasformare la solidarietà in un meccanismo irreversibile di responsabilità e deterrenza. Zelensky non chiede solo aiuto: chiede che l'Europa dimostri di saper usare i propri strumenti – economici, legali e politici – per non arretrare davanti all'aggressione.

In chiusura, la frase che riassume tutto resta la più semplice e la più dura: “l'aggressore deve pagare per ciò che ha fatto”. Per Kiev, e per lo stesso Zelensky, è qui che si misura la forza dell'Europa.

Autore Marco Cantone
Categoria Esteri
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