Trump alza la pressione su Cuba dopo il blitz a Caracas: stop a petrolio e fondi venezuelani
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato un ultimatum diretto a Cuba: “fare un accordo” oppure affrontare conseguenze non meglio specificate. Al centro della minaccia c'è il blocco totale del flusso di petrolio e denaro proveniente dal principale alleato dell'Avana, il Venezuela.
L'avvertimento arriva pochi giorni dopo l'operazione militare statunitense del 3 gennaio a Caracas, durante la quale le forze USA hanno catturato il leader venezuelano Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores. Secondo Washington, l'azione rientrava nella lotta al narcotraffico; secondo l'Avana, è stata un atto di aggressione che ha causato la morte di 32 cittadini cubani presenti nella capitale venezuelana.
Da anni il Venezuela invia a Cuba circa 35.000 barili di petrolio al giorno, una fornitura vitale per un Paese già in difficoltà energetica. La nuova strategia americana, che prevede la confisca delle petroliere venezuelane sanzionate, sta aggravando la crisi di carburante ed elettricità sull'isola. Venerdì, gli Stati Uniti hanno sequestrato la quinta nave sospettata di trasportare greggio venezuelano.
Sul suo social, Truth, Trump è stato netto: per anni Cuba avrebbe vissuto di “petrolio e denaro” in cambio di servizi di sicurezza ai “dittatori” venezuelani. “Non più”, ha scritto, promettendo zero forniture se l'Avana non accetterà un'intesa. Nessun dettaglio sui termini, né sulle conseguenze.
La risposta cubana non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha rivendicato “il diritto assoluto” di importare carburante da chiunque, senza interferenze o “misure coercitive unilaterali” degli Stati Uniti, respingendo ogni forma di ricatto o coercizione militare. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha rincarato: “Nessuno ci dice cosa dobbiamo fare”.
Trump ha anche sostenuto che, dopo il blitz, il Venezuela non avrebbe più bisogno della protezione cubana: ora, ha affermato, se ne occuperebbero gli Stati Uniti, “la forza militare più potente al mondo”. L'Avana nega di aver mai ricevuto compensi per i servizi di sicurezza forniti ad altri Paesi.
Intanto, il segretario di Stato Marco Rubio ha alimentato il clima di pressione, avvertendo che i leader cubani “sono in grossi guai”. Trump ha persino rilanciato online un post che ipotizzava Rubio – cubano-americano e figlio di esuli – come futuro presidente di Cuba, commentando: “Mi sembra un'ottima idea”.
La linea dura rientra in una visione più ampia: Trump parla apertamente di una versione aggiornata della Dottrina Monroe del 1823, ribattezzata “Donroe Doctrine”, che rivendica la supremazia statunitense nell'emisfero occidentale. Negli ultimi mesi, la politica estera USA si è concentrata sull'America Latina e sui governi di sinistra, giustificando le azioni con la lotta al narcotraffico.
Dopo Caracas, Trump ha persino detto che un'operazione militare contro la Colombia “suonerebbe bene”, minacciando il presidente Gustavo Petro. Sanzioni sono già state imposte a Bogotá. Nel mirino anche il Messico: Trump accusa un flusso incontrollato di droga e ha offerto truppe USA, proposta respinta dalla presidente Claudia Sheinbaum.
Le relazioni tra Washington e L'Avana restano storicamente tese dal 1959, quando Fidel Castro rovesciò un governo fantoccio sostenuto dagli USA. Dopo il disgelo sotto Barack Obama, Trump ha smantellato gran parte delle aperture, arrivando – all'inizio del suo secondo mandato – a reinserire Cuba nella lista degli Stati sponsor del terrorismo, status revocato solo pochi giorni prima dal suo predecessore Joe Biden.
Per Díaz-Canel, l'offensiva verbale di Washington nasce dalla rabbia per la scelta sovrana del popolo cubano di difendere il proprio modello politico. Il messaggio dell'Avana è chiaro: niente accordi sotto minaccia. Ma con il rubinetto del petrolio che rischia di chiudersi del tutto, lo scontro entra ora in una fase ad alto rischio.