La Casa Bianca ha confermato che il presidente Donald Trump sta valutando l'acquisizione della Groenlandia, arrivando a considerare anche l'uso della forza militare. Una mossa che riporta al centro una delle idee più controverse del suo primo mandato e che oggi viene giustificata come una priorità di sicurezza nazionale per contrastare Russia e Cina nell'Artico.

Secondo un comunicato ufficiale, Trump e il suo staff stanno analizzando “una gamma di opzioni”, inclusa quella militare, pur ribadendo che la via diplomatica resta la preferita. L'obiettivo dichiarato è trasformare la Groenlandia in un hub strategico statunitense in una regione sempre più contesa sul piano geopolitico e militare.

Le reazioni internazionali sono state immediate e nette. La Groenlandia ha ribadito di non voler entrare a far parte degli Stati Uniti, mentre Danimarca, Canada e altri Paesi europei - anche ieri - hanno difeso la sovranità del territorio artico. Un'eventuale presa militare dell'isola, che appartiene a un alleato storico come la Danimarca, provocherebbe un terremoto politico all'interno della NATO.

Nonostante le opposizioni, l'amministrazione Trump non sembra intenzionata a fare marcia indietro. Tra le opzioni allo studio figurano l'acquisto diretto della Groenlandia o un “Compact of Free Association”, un accordo che garantirebbe agli Stati Uniti un controllo strategico senza annessione formale. Alla base dell'interesse americano ci sono anche le ingenti risorse minerarie dell'isola, cruciali per l'industria tecnologica e militare, ma finora poco sfruttate.

Parallelamente, Washington ha aperto un nuovo fronte in America Latina. Trump ha annunciato un accordo con Caracas per esportare fino a 2 miliardi di dollari di petrolio venezuelano verso gli Stati Uniti, una mossa che sottrarrebbe forniture alla Cina e alleggerirebbe la pressione sul settore energetico statunitense.

L'intesa arriva dopo l'arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi, un'azione che il governo di Caracas ha definito un sequestro. Trump ha dichiarato che tra 30 e 50 milioni di barili di petrolio “sanzionato” verranno trasferiti agli USA, con i proventi gestiti direttamente dalla Casa Bianca. L'obiettivo ufficiale sarebbe garantire che i fondi vengano utilizzati “a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti”.

Il flusso di greggio verso gli USA è attualmente controllato da Chevron, unico operatore autorizzato a esportare petrolio venezuelano nonostante le sanzioni. L'aumento delle forniture ha già avuto effetti sui mercati: i prezzi del greggio statunitense sono scesi di oltre l'1,5% dopo l'annuncio.

Dietro l'operazione c'è una chiara strategia politica ed economica. Da un lato, Trump punta a riaffermare la supremazia americana nell'emisfero occidentale; dall'altro, utilizza petrolio e forza militare come leve di pressione per ottenere aperture economiche e vantaggi strategici. Groenlandia e Venezuela, seppur lontani geograficamente, diventano così due tasselli della stessa visione: espansione dell'influenza USA, controllo delle risorse chiave e messaggio diretto agli avversari globali.

Una linea dura, che rafforza l'immagine di Trump come leader disposto a spingersi oltre i confini della diplomazia tradizionale, ma che rischia di isolare ulteriormente gli Stati Uniti dai loro alleati storici.