Per il terzo anno consecutivo, il mese sacro di Ramadan arriva in una Striscia di Gaza carica di ricordi dolorosi. Quella che un tempo era una festa di strade illuminate, tavole imbandite e visite tra parenti e amici oggi si celebra tra macerie, blackout e il rumore costante dei droni.
Cibo e acqua scarseggiano. Molti dei volti con cui si condivideva l’Iftar non ci sono più. Nell’ultimo anno, una madre, uno zio e una nonna sono morti per patologie che, in condizioni normali, sarebbero state curabili. L’assenza di medicinali, i ritardi nelle evacuazioni mediche e le restrizioni imposte da Israele hanno trasformato malattie gestibili in sentenze definitive. Il Ramadan, un tempo simbolo di comunità e gioia, è diventato una stagione di lutto silenzioso.
Prima della guerra era il periodo più sereno dell’anno. Le famiglie si riunivano attorno a tavole affollate, gli amici si visitavano fino a tarda notte, e il digiuno era una scelta spirituale, non una condizione imposta. Nessuno avrebbe immaginato che, pochi anni dopo, fame e privazioni sarebbero diventate la normalità quotidiana.
Alla vigilia del Ramadan, le famiglie si riversavano al Souq Al-Zawiya, il mercato storico di Gaza City. Si compravano decorazioni, spezie, carne, sottaceti, dolci tradizionali e la mulukhiyah per il primo Iftar. Le lanterne colorate venivano appese ai balconi finché intere strade si accendevano di luce gialla soffusa. Dopo il pasto serale, i giovani si ritrovavano per decidere in quale moschea recarsi per la preghiera del Taraweeh. Era un mese scandito da fede, socialità e calma.
Oggi quello scenario è inimmaginabile.
Nonostante un cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre, la tregua resta fragile. Le forze israeliane continuano a controllare i cieli sopra la Striscia e a condurre bombardamenti intermittenti. Almeno 618 palestinesi sono stati uccisi negli attacchi successivi alla tregua, nove solo dall’inizio del Ramadan. L’ingresso di cibo è sottoposto a restrizioni severe e ciò che si trova nei mercati ha prezzi fuori dalla portata della maggioranza delle persone.
Il primo Ramadan dopo l’inizio della guerra fu segnato dalla fame forzata. Con gli aiuti bloccati, trovare un pezzo di pane era un evento raro. Famiglie sfollate più volte si ritrovarono stipate in appartamenti sovraffollati: decine di persone in pochi metri quadrati, un solo bagno, scorte ridotte a lenticchie e riso. Quando anche quelle finirono, si arrivò a cucinare erbe raccolte per strada pur di avere qualcosa da mangiare all’Iftar.
Molte moschee furono danneggiate o distrutte. Le preghiere del Taraweeh si svolgevano in tende, scuole, rifugi improvvisati. Anche quei luoghi non erano sicuri. I bombardamenti non risparmiavano nemmeno le ore di culto.
Le condizioni sanitarie peggiorarono rapidamente. Le farmacie rimaste aperte non avevano medicinali essenziali. Una diagnosi arrivata tardi, dopo un permesso di evacuazione in Egitto concesso mesi dopo la richiesta, rivelò un tumore al pancreas in stadio avanzato. Il tempo perso si rivelò fatale.
L’anno scorso il Ramadan iniziò ancora sotto una tregua fragile. Per qualche giorno sembrò possibile respirare. Alcune case, anche se danneggiate, provarono a esporre luci colorate. Ma la maggior parte di Gaza City restava al buio per la mancanza di elettricità. I droni ronzavano soprattutto all’ora dell’Iftar, ricordando a tutti che il pericolo era costante.
Alla fine di febbraio 2025, mentre si tentava di recuperare un minimo di atmosfera festiva, la guerra riprese. Il 2 marzo Israele sigillò nuovamente i confini della Striscia, bloccando l’ingresso di cibo, carburante e forniture mediche. Gli scaffali si svuotarono. I prezzi esplosero. Finito il gas da cucina, molte famiglie tornarono a usare fuochi improvvisati con la legna.
Dopo il tramonto, la città sprofondava nel buio. Uscire era rischioso. Le strade, danneggiate, diventavano trappole invisibili. Case semidistrutte erano irriconoscibili persino ai proprietari. I luoghi della memoria – un balcone, una strada, un mercato – erano ridotti a cumuli di cemento.
Il bilancio umano è devastante: oltre 72.000 persone uccise negli attacchi israeliani negli ultimi due anni e mezzo. Quasi ogni famiglia ha perso qualcuno: parenti, amici, interi nuclei familiari cancellati.
Eppure, nonostante tutto, il Ramadan non è scomparso. Le famiglie continuano a spezzare il digiuno insieme, anche con pasti minimi provenienti da pacchi umanitari. Le preghiere si tengono tra le rovine o su tappeti stesi in strada. Qualcuno appende ancora una piccola luce alla tenda in cui vive. È un gesto fragile, ma ostinato.
Il Ramadan a Gaza non è più una festa. È resistenza quotidiana. È la scelta di restare, di pregare, di condividere quel poco che c’è.
E mentre il mese sacro avanza tra macerie e silenzi, la domanda resta sospesa: quanti di quelli che oggi accendono una candela saranno ancora vivi per vedere il prossimo Ramadan?
Fonte: Ahmed Dremly, Gaza-based journalist, for +972 Magazine
Ps. Da ricordare che in Italia per gli appartenenti alla maggioranza di destra, a dir loro grazie a criminali dello stampo di Trump e Netanyahu, a Gaza vi sarebbe un cessate il fuoco che consentirebbe ai gazawi di vivere in sicurezza!


