Donald Trump ha dichiarato di aver ricevuto rassicurazioni secondo cui “le uccisioni in Iran si sono fermate”, ma non ha escluso un possibile intervento militare degli Stati Uniti contro Teheran, alla luce della dura repressione delle proteste antigovernative in corso nel Paese.

Secondo diverse organizzazioni per i diritti umani, la repressione messa in atto dalle autorità iraniane nelle ultime settimane avrebbe causato la morte di oltre 2.400 persone (alcuni media parlano invece di oltre 12mila persone uccise). Le proteste, inizialmente scoppiate a fine dicembre in seguito al crollo della valuta iraniana, si sono rapidamente trasformate in una più ampia crisi di legittimità per la leadership religiosa del Paese.

Le parole di Trump sono arrivate mercoledì, dopo che Stati Uniti e Regno Unito hanno ridotto il personale presso la base aerea di Al-Udeid, in Qatar, la più grande installazione militare americana in Medio Oriente. Funzionari statunitensi hanno definito il parziale ritiro come una “misura precauzionale”, in un contesto di crescente tensione regionale. Parallelamente, l’ambasciata britannica a Teheran è stata temporaneamente chiusa e ora opera da remoto.

Nelle stesse ore, lo spazio aereo iraniano è stato chiuso per circa cinque ore durante la notte, costringendo numerose compagnie aeree a deviare le rotte. La Germania ha raccomandato ai vettori di evitare lo spazio aereo iraniano, citando il rischio di un’escalation del conflitto e la possibile presenza di armamenti anti-aerei. Lufthansa ha confermato che eviterà Iran e Iraq “fino a nuovo avviso”.

Al centro delle preoccupazioni internazionali c’è il caso di Erfan Soltani (nella foto), un commerciante di 26 anni arrestato durante le proteste nella città di Fardis, a ovest di Teheran. Secondo la sua famiglia, Soltani era stato condannato a morte e la sua esecuzione era prevista per mercoledì, salvo poi essere rinviata. I media di Stato iraniani hanno successivamente negato che fosse stata emessa una condanna capitale, affermando solo che l’uomo era stato arrestato in relazione alle manifestazioni.

Trump aveva in precedenza minacciato “azioni molto forti” contro l’Iran nel caso in cui il governo avesse proceduto con le esecuzioni dei manifestanti. Parlando dalla Casa Bianca, il presidente ha affermato che fonti “molto importanti dall’altra parte” gli avrebbero assicurato che “non c’è alcun piano per esecuzioni”, aggiungendo di sperare che tali informazioni siano attendibili.

Anche il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha cercato di smorzare le tensioni, dichiarando che “le impiccagioni sono fuori discussione” e che non ci sarebbero state esecuzioni “oggi o domani”. Tuttavia, in un’intervista a Fox News, ha avvertito Trump di “non ripetere lo stesso errore di giugno”, riferendosi ai bombardamenti statunitensi del 2025 contro tre siti nucleari iraniani.

Nel frattempo, diversi Paesi europei hanno invitato i propri cittadini a lasciare l’Iran. Italia e Polonia hanno pubblicato avvisi ufficiali, mentre le missioni diplomatiche occidentali nella regione hanno rafforzato le misure di sicurezza. Anche l’ambasciata statunitense a Doha ha raccomandato al proprio personale di limitare gli spostamenti non essenziali verso installazioni militari.

Trump ha continuato a inviare messaggi di incoraggiamento ai manifestanti iraniani, arrivando a scrivere sui social “CONTINUATE A PROTESTARE” e promettendo che “gli aiuti sono in arrivo”. Allo stesso tempo, si è mostrato cauto nel sostenere apertamente un cambio di regime o figure dell’opposizione come Reza Pahlavi, sottolineando che non è chiaro se avrebbe un reale sostegno interno.

La situazione resta estremamente difficile da verificare. Le autorità iraniane hanno imposto un blackout quasi totale di internet e i media internazionali non possono operare liberamente nel Paese. Secondo la Human Rights Activists News Agency, con sede negli Stati Uniti, finora sarebbero stati confermati 2.435 manifestanti uccisi, inclusi 13 bambini, mentre centinaia di altri decessi sono ancora oggetto di verifica.

In questo contesto, tra segnali contrastanti e tensioni militari latenti, la crisi iraniana continua a rappresentare uno dei dossier più delicati e potenzialmente esplosivi sullo scenario internazionale.