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L'attacco frontale di FdI ai diritti dei lavoratori: l'emendamento Pogliese smantella le tutele fondamentali

Il governo Meloni torna a colpire i diritti dei lavoratori, questa volta con un'operazione chirurgica e silenziosa: un emendamento firmato dal senatore di Fratelli d'Italia Salvo Pogliese al disegno di legge di conversione del decreto Ilva. Sotto la dicitura apparentemente tecnica dell'articolo 9-bis – che tratta di prescrizione, decadenza e determinazione giudiziale della retribuzione – si nasconde un vero e proprio stravolgimento dell'equilibrio tra capitale e lavoro, tutto a favore dei datori di lavoro e a discapito dei lavoratori.

Ecco che cosa prevede l'emendamento...

Anticipa la decorrenza della prescrizione per i crediti da lavoro, ignorando decenni di giurisprudenza che, per tutelare i lavoratori da possibili ritorsioni, faceva iniziare il termine solo alla fine del rapporto di lavoro.

Introduce una decadenza automatica del diritto, imponendo al lavoratore che ha interrotto la prescrizione di intentare causa entro 180 giorni, pena la perdita totale del credito.

Svuota l'articolo 36 della Costituzione, imponendo una presunzione di adeguatezza della retribuzione, persino quando il giudice accerta che il salario è indecente.

Vieta la condanna al pagamento degli arretrati, anche di fronte a retribuzioni manifestamente insufficienti, purché il datore abbia applicato un contratto collettivo, anche aziendale.

Secondo la giurisprudenza consolidata della Cassazione e della Corte Costituzionale, la prescrizione dei crediti retributivi non può decorrere durante un rapporto di lavoro instabile, perché il timore di perdere l'occupazione impedisce al lavoratore di far valere i propri diritti. Con questo emendamento, il governo Meloni fa carta straccia di questa logica: si torna alla prescrizione "in costanza di rapporto", anche in assenza di tutele reali contro il licenziamento.

Il messaggio è chiaro: chi vuole i propri soldi deve rischiare il posto. Un ricatto inaccettabile, mascherato da riforma tecnica.

Ma l'emendamento va pure oltre: introduce un termine perentorio di 180 giorni per avviare la causa, dopo l'interruzione della prescrizione. Se non si fa causa in tempo, il diritto si perde. Non importa che si tratti di denaro dovuto per lavoro già svolto.

Una misura assurda che obbliga i lavoratori a intasare i tribunali – proprio mentre si parla di deflazione del contenzioso – con il solo scopo di scoraggiare le rivendicazioni. Il messaggio è: se non sei pronto a pagarti un avvocato in tempi strettissimi, rinuncia pure al tuo salario.

La Costituzione prevede una retribuzione proporzionata e sufficiente a garantire una vita dignitosa. In assenza di salario minimo legale, l'unico strumento rimasto è il giudice, che può correggere retribuzioni troppo basse anche se previste da contratti collettivi.

Il nuovo emendamento taglia anche questa possibilità: la retribuzione si presume adeguata "salvo grave inadeguatezza", criterio vago e arbitrario, con l'aggravante di dover valutare pure la "produttività" del lavoro, una variabile su cui il singolo lavoratore ha scarso controllo.

In pratica, l'intervento giudiziario diventa quasi impossibile, e la retribuzione costituzionalmente sufficiente si trasforma in un'eccezione da dimostrare con fatica, non nella regola da rispettare.

Il colpo finale arriva con il quarto comma: anche se un giudice accerta che il salario era gravemente inadeguato, il datore non può essere condannato a pagare gli arretrati, purché abbia applicato un contratto collettivo. In pratica, anche chi ha lavorato per anni a stipendi da fame, se protetto da un contratto aziendale firmato ai sensi dell'art. 51 del d.lgs. 81/2015, non vedrà mai un euro di risarcimento.

Un paradosso giuridico e sociale: chi rispetta la Costituzione viene punito, chi sfrutta viene premiato.

L'emendamento non punisce solo i lavoratori, ma danneggia anche le imprese corrette, costrette a competere con chi sfrutta senza conseguenze. Premia chi abbassa i costi violando i diritti e penalizza chi li rispetta. Un mercato così non è libero, è truccato.

C'è poi un altro bersaglio evidente: la magistratura. Il tentativo di svuotare la giurisprudenza consolidata e ridurre la possibilità d'intervento dei giudici sui salari è un attacco alla separazione dei poteri e ai contrappesi democratici. Se i giudici non possono più garantire l'effettività dei diritti, lo Stato di diritto vacilla.

Questo emendamento è solo l'ennesima conferma della visione autoritaria del governo Meloni: togliere voce ai lavoratori, smontare le tutele, scoraggiare i ricorsi, depotenziare la giustizia. Tutto con la solita retorica ipocrita del "modernizzare il lavoro" mentre si calpestano i principi della nostra Costituzione antifascista e sociale.

Non è solo una brutta legge. È una dichiarazione politica chiara: per questo governo, chi lavora vale meno di chi sfrutta. E chi protesta, grazie al decreto sicurezza, rischia la galera.

Se esistesse un presidente della Repubblica in grado di adempiere minimamente al proprio ruolo i (post) fascisti al governo non sarebbero arrivuati a tanto.

Autore Egidio Marinozzi
Categoria Politica
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