Esteri

L'incontro di calcio Belgio-Egitto ha smantellato le fantasie identitarie degli idioti che propagandano la "remigrazione"

Ci sono immagini che valgono più di mille dibattiti televisivi... e più di un intero congresso dell'estrema destra nazifascista e non che sta inquinando l'Europa.

Una di queste è arrivata ieri da Seattle, dove si disputava una delle partite di qualificazione alla fase ad eliminazione diretta dei Mondiali 2026, quella tra Belgio ed Egitto. Da una parte una nazionale belga composta in larga misura da giocatori di origine africana, neri; dall'altra una rappresentativa egiziana formata da atleti dalla pelle chiara, perfettamente riconducibili all'immagine tradizionale del Nord Africa mediterraneo.

Una scena normalissima per chi vive nel XXI secolo. Una scena devastante, invece, per chi continua a raccontare il mondo attraverso le categorie etniche dell'Ottocento.

Da tempo, la destra radicale europea martella l'opinione pubblica con il concetto di "remigrazione": il ritorno nei Paesi d'origine di milioni di immigrati e dei loro discendenti. Una parola oscena, visto che equivale a deportazione, dietro la quale si nasconde una domanda molto semplice: chi può essere considerato degno di rappresentare nel calcio, in Europa, una squadra di club o una nazionale?

Guardando il Belgio in campo, i teorici della purezza su base razziale dovrebbero chiedersi: chi dovrebbe essere rimandato indietro? Forse Lukaku che ha contribuito a riportare in pareggio il risultato? Oppure il criterio di remigrazione non conta più quando improvvisamente la persona da deportare vie considerata utile o addirittura necessaria?

Perché qui emerge la prima gigantesca contraddizione.

Quando un immigrato guida un taxi, raccoglie pomodori o lavora in fabbrica viene spesso presentato come un problema demografico. Quando però vince una medaglia olimpica, segna ai Mondiali o fa incassare milioni ai club europei, diventa improvvisamente un simbolo nazionale. La maglia cancella ciò che il passaporto non riuscirebbe a cancellare?

Il problema diventa ancora più divertente se si prende sul serio la logica della remigrazione.

Molti giocatori della nazionale belga sono nati in Belgio. Parlano francese o fiammingo meglio della lingua dei loro genitori. Hanno frequentato scuole belghe, vivono in Belgio e rappresentano il Belgio. Dove dovrebbero essere "rimandati"? In un Paese che magari non hanno mai visto? In una città che non conoscono? In una cultura che non è la loro?

La domanda appare assurda proprio perché mette a nudo l'assurdità del presupposto... d'altronde promosso da degli idioti... non è possibile definirli altrimenti.

Il concetto di appartenenza nazionale moderno (al di là di quel che creda la fascistissima Giorgia Meloni nelle sue testi di Trieste) non si basa infatti sul sangue o sul colore della pelle ma sulla cittadinanza, sulla partecipazione alla vita collettiva, sulle istituzioni condivise e sulla cultura acquisita.

Se la remigrazione fosse davvero applicata in modo rigoroso, il Belgio perderebbe buona parte dei propri talenti sportivi. Lo stesso accadrebbe alla Francia, all'Inghilterra, ai Paesi Bassi e a molte altre nazioni europee... Italia compresa!

Improvvisamente gli stessi politici che denunciano l'immigrazione si ritroverebbero a spiegare agli elettori perché le nazionali finiscono per non esser più vincenti come prima (vogliamo parlare degli ultimi risultati dell'Italia nell'atletica leggera?).

Forse esisterebbe una clausola speciale. Una remigrazione selettiva. Via i muratori. Via gli infermieri. Via gli operai. Via i rider. Ma teniamoci i campioni olimpici, i calciatori da cento milioni e gli atleti che fanno sventolare la bandiera durante le cerimonie. Una specie di nazionalismo a geometria variabile: il sangue conta finché non arriva una medaglia d'oro.

Il calcio, come spesso accade, mette a nudo ciò che la propaganda cerca di nascondere.

Le società contemporanee sono molto più complesse delle caricature identitarie costruite nei comizi e sui social network. Le identità sono plurali, intrecciate, dinamiche. Le nazioni moderne non sono fotografie immobili ma organismi in continua evoluzione.

Per questo una partita come Belgio-Egitto finisce per diventare una lezione politica involontaria. Mostra che la realtà è più forte degli slogan. Mostra che l'appartenenza non si misura con il pantone della pelle. E soprattutto mostra che molte teorie identitarie funzionano benissimo finché restano astratte. Il problema nasce quando si prova ad applicarle agli esseri umani reali.

A quel punto le contraddizioni diventano così evidenti da trasformarsi in una gigantesca autocomicità.

E Seattle, per una sera, ha ricordato all'Europa che novanta minuti di calcio possono demolire più pregiudizi di mille manifesti elettorali.

Autore Fabrizio Marchesan
Categoria Esteri
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