Una giudice federale si rifiuta di fermare i crimini dell'ICE a Minneapolis
Una giudice federale del Minnesota ha rifiutato di fermare l'operazione sull'immigrazione voluta dal presidente Donald Trump a Minneapolis, nonostante una causa promossa dallo Stato che accusa le autorità federali di gravi violazioni dei diritti civili.
La giudice distrettuale Kate Menendez ha riconosciuto che l'ufficio del procuratore generale del Minnesota ha presentato «prove forti» sugli effetti devastanti delle operazioni federali, citando episodi di sparatorie, possibili profilazioni razziali e conseguenze «profonde e persino strazianti» per la popolazione del Minnesota e dell'area delle Twin Cities.
Nonostante questo, il tribunale ha deciso di non intervenire. Menendez ha ricordato che una recente sentenza di una corte d'appello federale ha già annullato un'ingiunzione molto più limitata contro le attività dell'ICE (Immigration and Customs Enforcement) in Minnesota. «Se quell'ingiunzione è stata ritenuta eccessiva, allora lo sarebbe ancora di più un ordine che blocchi un'intera operazione federale», ha scritto la giudice.
La causa puntava a fermare o ridimensionare l'operazione del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale che ha portato migliaia di agenti federali dell'immigrazione nell'area di Minneapolis–St. Paul che ha provocato settimane di proteste e ha portato alla morte di due cittadini statunitensi, uccisi da agenti federali.
Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha definito la decisione «deludente», ma ha confermato che la città continuerà la battaglia legale. «Questa sentenza non cambia ciò che le persone hanno vissuto: paura, disordine e danni causati da un'operazione federale che non avrebbe mai dovuta essere avviata a Minneapolis», ha dichiarato.
Di segno opposto la reazione del governo federale. La procuratrice generale degli Stati Uniti, Pam Bondi, ha parlato di una «grande vittoria» per il Dipartimento di Giustizia, affermando che «né le politiche santuario né le cause legali infondate fermeranno l'amministrazione Trump nell'applicazione della legge federale in Minnesota».
Il procuratore generale del Minnesota, Keith Ellison, accusa gli agenti federali di profilazione razziale, detenzioni illegali di residenti regolari per ore e uso di tattiche aggressive che hanno diffuso paura tra la popolazione. Secondo Ellison, l'operazione avrebbe anche una motivazione politica: una ritorsione contro uno Stato a guida democratica.
L'amministrazione Trump respinge le accuse e sostiene che l'operazione serva esclusivamente a far rispettare le leggi federali sull'immigrazione. Alcuni funzionari hanno lasciato intendere che il dispiegamento di agenti potrebbe terminare solo se il Minnesota accettasse condizioni precise, tra cui la riduzione delle tutele legali per le persone senza permesso di soggiorno.
Le tensioni sono esplose dopo l'uccisione di Renee Good, il 7 gennaio, colpita da un agente federale mentre si trovava in auto. L'episodio è stato ripreso in video da passanti ed è diventato virale.
Il 24 gennaio un secondo caso ha aggravato la situazione: Alex Pretti è stato ucciso da un agente della Border Patrol. I video mostrano che l'uomo era stato disarmato, mettendo in dubbio la versione ufficiale della legittima difesa fornita dalle autorità federali.
Il governo ha difeso gli agenti, ma le immagini hanno alimentato le richieste di incriminazione penale. Le autorità federali hanno inoltre rifiutato di collaborare con le indagini della polizia locale.
Trump e il governatore democratico del Minnesota, Tim Walz, hanno dichiarato di aver avuto un colloquio «produttivo» per tentare di ridurre le tensioni.
Minneapolis non è un caso isolato. Il presidente ha dispiegato forze federali anche in altre città e Stati a guida democratica, tra cui Los Angeles, Chicago, Washington D.C. e Portland. Secondo Trump si tratta di una necessità per far rispettare le leggi sull'immigrazione e contrastare la criminalità. I Democratici lo accusano invece di abuso di potere e di utilizzo politico delle forze federali.
Il conflitto tra Stato federale e autorità locali, tra sicurezza e diritti civili, resta aperto. E Minneapolis è diventata uno dei suoi simboli più evidenti.