Politica

Gaza, le parole del ministro Tajani tra ambiguità politiche e retorica di facciata

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, rispondendo al Senato alle interrogazioni di giovedì 18 settembre, ha nuovamente ribadito che la posizione del governo Meloni su quanto sta accadendo a Gaza, a Gerusalemme Est e in Cisgiordania non prevede di modificare la linea messa in atto finora, con cui ha evitato e continua ad evitare qualsiasi azione concreta che possa sanzionare lo Stato ebraico per il genocidio di cui si sta rendendo responsabile nei confronti del popolo palestinese.


Un discorso pieno di contraddizioni

Antonio Tajani si è detto contrario all'occupazione israeliana e al trasferimento forzato dei palestinesi, ha condannato Netanyahu e il suo governo, accusandoli di aver oltrepassato i limiti della reazione proporzionata. Parole pesanti, ma che lasciano intravedere un'ambiguità di fondo: il ministro alterna toni duri con Israele a rassicurazioni verso la comunità internazionale, oscillando tra condanna e cautela diplomatica.


Le sanzioni: metà misura, metà propaganda

Tajani sostiene sanzioni contro Hamas, contro i coloni violenti e persino contro alcuni ministri israeliani. Ma subito precisa che “valuterà” eventuali misure economiche, temendo effetti sulla popolazione israeliana. Insomma, tanta prudenza, quasi a voler tenere il piede in due scarpe: un messaggio di fermezza verso chi critica Israele, ma senza urtare troppo gli equilibri con Tel Aviv e Berlino.

La cosa ancor più patetica da sottolineare è che Tajani ha più volte lasciato intendere che le sanzioni commerciali potrebbero essere un problema dovendo verificare "che non ci siano ricadute sulla popolazione civile, che è multietnica, come sapete bene: ci sono anche arabi e drusi". 

Un'affermazione ripetuta più volte che dimostra l'impreparazione e l'ignoranza del personaggio. Infatti, se lui ha a cuore i cittadini israeliani arabi e drusi, per quale motivo allora non si è dato daffare fin dal 2018 quando l'esecutivo Netanyahu di allora ha licenziato la legge Stato Nazione, una norma di ispirazione costituzionale che considera arabi israeliani e drusi israeliani dei cittadini di serie B, perch/ non ebrei?


Corridoi umanitari: numeri usati come scudo

Il ministro ha sbandierato i dati sugli aiuti italiani: 2.400 tonnellate di beni e 100 tonnellate di materiale sanitario consegnate a Gaza. Ha annunciato voli militari per portare bambini palestinesi in Italia e sostegno a studenti e ricercatori. Ma i numeri, per quanto importanti, rischiano di essere usati come paravento: mentre Gaza brucia, Tajani si limita a contare pacchi e tonnellate, senza affrontare davvero il nodo politico della guerra.


Stato palestinese: un rinvio infinito

Sul riconoscimento dello Stato palestinese, Tajani è stato chiaro: non se ne parla. Secondo lui oggi “non serve a nulla” perché la Palestina è divisa tra Hamas e Autorità nazionale palestinese. Una posizione che equivale a congelare la questione ancora una volta, rinviando all'infinito una soluzione politica concreta. Così, mentre dice di voler lavorare per “due popoli e due Stati”, in realtà nega la possibilità di un passo simbolico che darebbe almeno un segnale chiaro.


Antisemitismo e retorica difensiva
Il ministro ha anche messo in guardia contro le derive antisemite in Italia ed Europa, dichiarando di voler proteggere le comunità ebraiche presenti sul nostro territorio. Un dovere sacrosanto, ma che Tajani usa come scudo retorico: ogni critica a Israele rischia di essere liquidata come un pretesto per l'antisemitismo. Una strategia che confonde i piani e che, alla lunga, riduce la forza stessa della lotta contro l'odio antiebraico. 

Inoltre, dare alloggio, riposo e sollazzo agli assassini delle IDF nei resort di Sardegna e Marche con la protezione delle forze dell'ordine è cosa buona e giusta?


Tajani al servizio di chi?

“Non sono al servizio di Israele ma della Repubblica italiana”, ha detto con enfasi. Una frase che sa più di difesa personale che di posizione politica. Perché se davvero Tajani volesse essere al servizio della Repubblica, non ripeterebbe slogan, non annuncerebbe mezze misure, rinvii e pareri contraddittori.

Quanto detto da Tajani su Gaza è il classico esempio di politica meloniana: tante parole, qualche applauso, ma poca coerenza. Condanna Israele ma non rompe con Netanyahu. Promette sanzioni ma le annacqua. Sventola i corridoi umanitari ma rinvia lo Stato palestinese. Una linea che rischia di lasciare l'Italia ai margini del dibattito internazionale: né protagonista, né mediatore credibile, solo spettatore che cerca di non scontentare nessuno.

Autore Carlo Airoldi
Categoria Politica
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