Esteri

Medio oriente, nuova escalation nel Golfo: droni iraniani su Bahrain e attacchi nello stretto di Hormuz. USA rispondono con raid mirati

La crisi tra Iran e Stati Uniti torna a infiammarsi nel Golfo Persico, con una nuova sequenza di attacchi incrociati che rischia di far deragliare anche il fragile accordo interinale raggiunto solo pochi giorni fa per tentare una de-escalation del conflitto. Nella giornata di sabato, secondo quanto riportato da fonti militari e governative internazionali, un attacco iraniano utilizzando droni ha colpito il territorio del Bahrain, mentre contemporaneamente una nave è stata attaccata nello Stretto di Hormuz, punto nevralgico del traffico energetico mondiale.

Secondo la ricostruzione diffusa dalle autorità del Bahrein, “un numero di droni iraniani” ha preso di mira il regno, definendo l'azione “una flagrante minaccia alla sicurezza dei cittadini e dei residenti”. L'attacco non appare casuale: il Bahrain è uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti nella regione e ospita la Quinta Flotta della marina americana, rendendo il paese un bersaglio altamente sensibile nello scacchiere del Golfo.


Teheran, attraverso la propria comunicazione ufficiale, ha rivendicato una serie di operazioni contro obiettivi che definisce legati alle forze statunitensi nella regione. La Guardia rivoluzionaria islamica ha parlato di attacchi a “siti dell'esercito terroristico americano”, in risposta diretta ai raid aerei condotti dagli Stati Uniti nella notte precedente.

Il CentCom USA ha confermato di aver colpito infrastrutture missilistiche, droni e radar costieri iraniani, giustificando l'operazione come risposta a un precedente attacco iraniano contro una nave mercantile nello Stretto di Hormuz. Washington ha definito l'azione iraniana “un'aggressione ingiustificata contro il traffico commerciale”.

Il ciclo di attacchi e ritorsioni conferma un quadro sempre più instabile, nel quale ogni azione militare sembra generare una risposta immediata, in una spirale che rischia di travolgere anche i canali diplomatici ancora formalmente aperti.


Il governo del Bahrain ha reagito con fermezza, parlando di violazione della propria sovranità e di minaccia diretta alla stabilità regionale. Il ministero degli Esteri ha ribadito che il paese si riserva “il diritto di difendersi”, mentre la presenza militare americana rende il territorio un potenziale epicentro di ulteriori escalation.

Il contesto politico è reso ancora più delicato dal recente incontro tra il segretario di Stato americano Marco Rubio e i ministri degli Esteri del Consiglio di cooperazione del Golfo, durante il quale era stato ribadito l'obiettivo di garantire la piena libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e la cessazione degli attacchi iraniani: uno scenario sempre più delicato. Secondo le informazioni diffuse dallo United Kingdom Maritime Trade Operations, una petroliera è stata colpita nella giornata di sabato all'interno dello stretto. L'equipaggio è salvo e non risultano danni ambientali, ma nessun attore ha rivendicato l'attacco, anche se i sospetti si concentrano su Teheran.

In parallelo, il Joint Maritime Information Center — sotto coordinamento della Marina statunitense — ha annunciato l'ampliamento di una rotta marittima al largo dell'Oman per facilitare il traffico navale in entrambe le direzioni, una decisione che rischia però di trasformarsi in un nuovo punto di attrito con l'Iran.

Teheran continua infatti a rivendicare il diritto di controllo sullo Stretto, sostenendo che le navi debbano rispettare le rotte imposte dalle autorità iraniane e ipotizzando anche l'introduzione di tariffe di transito. Una posizione che Stati Uniti e alleati del Golfo respingono, ribadendo che lo Stretto è una via internazionale essenziale per il commercio globale, da cui transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale mondiale.


Le tensioni non sono solo militari ma anche politiche e diplomatiche. Il vicepresidente americano JD Vance, uno dei principali interlocutori nella gestione dei negoziati con Teheran, ha dichiarato che l'Iran dovrebbe “alzare il telefono” in caso di controversie sull'accordo di cessate il fuoco, avvertendo però che “la violenza sarà risposta con violenza”.

Dall'altra parte, la leadership iraniana insiste nel considerare le proprie azioni come “difensive”, accusando gli Stati Uniti di aver violato il diritto internazionale con i raid contro infrastrutture costiere e radar. I media statali, tra cui IRNA e Mehr, parlano apertamente di “risposta decisiva” contro obiettivi americani nella regione.


La situazione si inserisce in un contesto già profondamente instabile, con il Medio Oriente attraversato da molteplici crisi parallele. Sullo sfondo si registra anche un fragile accordo tra Israele e Libano, volto a ridurre le tensioni con Hezbollah, sostenuto indirettamente dalla mediazione internazionale ma ancora privo di garanzie operative.

Nel frattempo, i mercati energetici osservano con crescente preoccupazione l'evoluzione della crisi: il rischio di blocchi o interruzioni nello Stretto di Hormuz potrebbe avere effetti immediati sui prezzi globali di petrolio e gas, già altamente sensibili alle oscillazioni geopolitiche della regione.

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
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