Se qualcuno nutriva ancora illusioni sulla volontà del governo di varare una vera riforma previdenziale, l'incontro del 10 ottobre con i sindacati le ha spazzate via. Sul tavolo c'era la legge di bilancio, ma di pensioni neanche una parola. Eppure era questo uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale: "supereremo la Fornero", promettevano. Oggi, invece, quella promessa si rivela per ciò che è sempre stata: propaganda.
L'età sale, gli assegni crollano
Dal 2027 si andrà in pensione di vecchiaia a 67 anni e 3 mesi, e nel 2029 addirittura a 67 anni e 5 mesi. Per la pensione anticipata serviranno 43 anni di contributi — altro che "quota 41 per tutti"!
Si allunga la vita lavorativa, ma si accorciano le tutele.Si va in pensione più tardi e con assegni sempre più bassi.
Le pensioni anticipate sono crollate, Opzione Donna è stata praticamente cancellata e la soglia per uscire a 64 anni — aumentata da 1.309 euro a 1.811 entro il 2030 — esclude la maggior parte dei lavoratori.
Un silenzio che grida
Il governo tace perché non ha una linea. Le promesse si sciolgono come neve al sole, mentre si moltiplicano i paradossi. Quasi 200mila lavoratori resterebbero esclusi da qualsiasi blocco parziale dell'aumento dei requisiti, e circa 44mila rischiano di diventare nuovi esodati".
Una situazione già vista: lo Stato si volta dall'altra parte mentre intere generazioni restano sospese, senza reddito né pensione.
Il TFR come pedaggio per la pensione
La genialata estiva del governo è stata proporre ai lavoratori di usare il Tfr per "comprarsi" la pensione. Un'assurdità che la dice lunga sull'approccio ideologico di chi governa: se vuoi flessibilità, pagatela da solo.
Ma anche qui, numeri alla mano, è pura fantasia. Per coprire un incremento di appena 500 euro nella soglia servirebbe un Tfr di oltre 128 mila euro. Chi li ha? Nessuno, ovviamente.
Pensioni più povere per tutti
Dal 2025, con la riduzione dei coefficienti di trasformazione, gli assegni si abbasseranno per tutti. Oltre due terzi delle pensioni sono calcolate col sistema contributivo, quindi nessuno è al riparo.
Per un lavoratore che guadagna 30mila euro lordi l'anno, la perdita stimata è di 5.000 euro sull'intera durata della pensione, che potrebbero salire a 12.500 entro il 2027. È un taglio silenzioso ma devastante, soprattutto per i giovani e per chi ha carriere discontinue.
Le misure-tampone: un bluff
A fine anno scadranno Ape Sociale, Quota 103 e Opzione Donna, ma il governo non ha ancora deciso cosa fare. Anche se prorogate, coinvolgerebbero appena 20mila persone: briciole.
Per il 99% dei lavoratori resta in piedi la legge Fornero, peggiorata da nuovi vincoli e parametri sempre più penalizzanti.
Un sistema senza direzione
Nel Documento di programmazione economico-finanziaria non c'è traccia di una riforma previdenziale. Solo un vago "intervento in materia di disciplina pensionistica", senza tempi né contenuti.
Il tavolo tecnico con le parti sociali è fermo dal settembre 2023. Un immobilismo colpevole, mentre i giovani, le donne e i lavoratori precari vedono allontanarsi il diritto a una pensione dignitosa.
Oggi la spesa pensionistica resta stabile al 15,3% del Pil, ma le pensioni future rischiano di essere inadeguate persino per superare la soglia di povertà. È un disastro annunciato.
Cgil: "Basta propaganda, servono riforme vere"
Questo governo ignora la realtà sociale del Paese: salari bassi, precarietà e carriere frammentate. Si parla di riforme, ma nella realtà si chiede alle persone di lavorare più a lungo per pensioni sempre più povere. La Cgil chiede una pensione contributiva di garanzia per i giovani e per chi ha carriere discontinue, una vera flessibilità in uscita, il riconoscimento dei lavori usuranti e di cura, e lo stop all'adeguamento automatico all'aspettativa di vita.
E per chi è già in pensione, serve una rivalutazione piena per difendere il potere d'acquisto.
Rimettere la giustizia sociale al centro
È ora di dire basta agli slogan e alle finte riforme. Il sistema previdenziale deve tornare a garantire dignità, sicurezza e giustizia. Non può essere il bancomat dello Stato né il capro espiatorio di ogni manovra finanziaria.
Serve una scelta politica chiara: o si difendono i diritti di chi lavora, o si continua a fare cassa sulla pelle delle future generazioni.
Perché la verità è semplice: senza una riforma vera, il futuro che ci aspetta è fatto di pensioni da fame e di lavoratori condannati a non smettere mai di lavorare.


