Lo scorso aprile, Donald Trump ha scosso i mercati globali annunciando dazi indifferenziati su tutte le importazioni. Il panico finanziario che ne è seguito ha costretto la Casa Bianca a fare marcia indietro, almeno temporaneamente. Quattro mesi dopo, però, il presidente statunitense è tornato all'attacco, proclamando una serie di "vittorie" grazie ad accordi commerciali lampo e a dazi imposti unilateralmente — tutto senza scatenare - stavolta - il crollo finanziario temuto in primavera... Almeno per ora.
Questi gli obiettivi di Trump: nuovi investimenti esteri, rilancio della manifattura americana, entrate fiscali record. Ma il verdetto è tutt'altro che definitivo. Il caos iniziale si è attenuato, ma le conseguenze a lungo termine — economiche e politiche — sono ancora tutte da verificare.
Anche prima del secondo mandato di Trump, il clima internazionale sul libero commercio stava cambiando. Ora quella leggera brezza è diventata un'onda. Non c'è stato il disastro totale che molti avevano previsto, ma siamo solo all'inizio. L'intero sistema di alleanze e rotte commerciali globali si sta riconfigurando, e il ruolo centrale degli Stati Uniti non è più dato per scontato.
Per molti Paesi, questa svolta è stata uno shock salutare: un invito a cercare nuove alleanze. Trump potrebbe vedere i primi risultati come successi tattici, ma la trasformazione che ha avviato rischia di ritorcersi contro le sue stesse ambizioni — e contro l'interesse strategico degli Stati Uniti.
Il ° agosto era cerchiato in rosso sui calendari delle cancellerie di mezzo mondo: chi non avesse raggiunto un nuovo accordo commerciale con gli USA entro quella data, avrebbe rischiato dazi record. Peter Navarro, consigliere della Casa Bianca, prometteva "90 accordi in 90 giorni". La realtà? Una dozzina scarsa di intese, alcune lunghe una sola pagina.
Il Regno Unito è stato il primo, probabilmente perché il bilancio commerciale con gli USA è sostanzialmente in pareggio. Ha ricevuto un trattamento "di favore": dazio base del 10%, meglio del 15% imposto a partner come l'UE e il Giappone. Per chi ha un forte disavanzo con gli USA, l'unica via per evitare tariffe più alte era promettere di comprare più prodotti americani.
Corea del Sud, Cambogia, Pakistan: la lista si allunga. Ormai la maggior parte delle importazioni americane è soggetta a un accordo frettoloso o a un decreto presidenziale con tanto di "grazie per l'attenzione" finale.
Paradossalmente, i mercati finanziari sono oggi più stabili. La ragione? L'incertezza, una delle armi preferite da Trump, si è attenuata. Le imprese sanno quali dazi devono affrontare e possono pianificare di conseguenza.
Ma il “nuovo normale” è più duro. Le tariffe medie sugli ingressi negli USA sono salite dal 2% a circa il 17%. Non si tratta di accordi che aprono i mercati: sono muri economici mascherati da successi politici.
Infatti, questi dazi causeranno guai seri all'economia globale, a causa dell'aumento dei prezzi negli USA, della riduzione dei redditi familiari e della diminuzione della domanda a livello mondiale. La Germania, per esempio, potrebbe perdere più di mezzo punto percentuale di PIL quest'anno, a causa del peso dell'industria automobilistica. Pe rl'India, meno esposta alla domanda americana, andrà meglio, oltretutto gettando lo sguardo a Vietnam e Filippine, che godono di dazi più bassi e diventano alternative più appetibili.
Su un punto Trump ha avuto ragione: i dazi hanno gonfiato le entrate federali. Quest'anno gli USA hanno già incassato oltre 100 miliardi di dollari in dazi — circa il 5% delle entrate totali, contro il 2% abituale. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, prevede 300 miliardi entro dicembre. È una cifra importante, ma comunque ben lontana dai 2.500 miliardi di dollari raccolti ogni anno tramite le imposte sul reddito.
Il problema è che i consumatori americani stanno cominciando a sentire il colpo. Aziende come Unilever e Adidas avvertono che i prezzi aumenteranno. L'inflazione, già una spina nel fianco politico, rischia di salire ancora. E con essa, un calo della spesa dei consumatori — proprio il contrario di ciò che Trump prometteva.
La Casa Bianca ha persino ipotizzato dei “rimborsi” per le fasce a basso reddito, gli elettori operai che sono stati la base del successo di Trump. Ma l'idea è complicata, costosa, e richiede l'approvazione del Congresso. Soprattutto, è un'ammissione implicita che i dazi colpiscono proprio i cittadini che Trump voleva aiutare.
Molti dossier restano aperti: Canada, Taiwan, acciaio, farmaceutica, Cina. Alcuni accordi sono verbali, altri con clausole vaghe o smentite dai leader esteri. Il negoziato con il Messico è stato prolungato all'ultimo minuto. La trasparenza è scarsa, e i dettagli — là dove contano — sono latitanti.
Ma una cosa è chiara: si è evitata una guerra commerciale globale, almeno per ora. Resta però un nuovo scenario fatto di barriere, pressioni, alleanze in evoluzione.
Gli USA restano una superpotenza economica, e per ora dettano le condizioni. Ma se altri Paesi iniziano a costruire alternative, a formare alleanze che escludono Washington, quella forza si indebolisce. E la promessa di Trump — riportare la produzione in patria — rischierà di rivelarsi ancor più illusoria di quanto non lo fosse all'inizio.
Nel frattempo, i consumatori americani cominciano a pagare il conto: prezzi più alti, meno scelta, crescita più lenta. E se questo nuovo ordine globale prenderà forma davvero, potrebbe essere l'America — non i suoi rivali — a rimanere indietro.
Trump ha evitato lo scontro frontale. Ma ciò che ha innescato è ancora più pericoloso: un cambio di paradigma, in cui gli USA non sono più visti come alleato affidabile, ma come elemento destabilizzante. La partita è aperta. Il conto, però, potrebbe arrivare presto.


