L'estrema destra governa come ha sempre fatto: inventandosi ogni volta nuovi nemici
Sono dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma.
Durante un controllo antidroga nella periferia di Milano un nordafricano, irregolare e con vari precedenti, si avvicina puntando una pistola contro gli agenti (solo dopo si scoprirà che era a salve).
Un poliziotto si difende, il balordo muore, l'agente viene indagato per omicidio volontario.
Tutto sbagliato! Nel nuovo pacchetto sicurezza abbiamo previsto una norma che eviti che gli agenti vengano automaticamente indagati dopo essersi difesi. Io sto col poliziotto.
Così, a fine gennaio, il ministro dei Trasporti, tale Matteo Salvini, commentava un fatto di cronaca avvenuto a Rogoredo per propagandare l'ennesima assurda norma contenuta nell'ennesimo assurdo decreto sicurezza: quella di un registro degli indagati che rimane registro degli indagati ma con un altro nome, per iscrivervi le persone che avrebbero ucciso/ferito altre persone per legittima difesa.
Dopo che un magistrato - evidentemente di sinistra secondo Salvini & co, visto che ha avuto l'ardire di vederci chiaro nella vicenda senza prendere per buona la versione fornitagli dalle forze dell'ordine - ha stabilito che il poliziotto Carmelo Cinturrino aveva ucciso con un colpo di pistola alla testa il 28enne Abderrahim Mansouri - probabilmente perché non voleva pagargli il pizzo - ricreando poi una scena del crimine che comprovasse la legittima difesa, il logorroico ministro Salvini si è magicamente dimenticato della vicenda, tanto da non spiegare ai suoi "seguaci" se - dopo gli ultimi aggiornamenti - stia o meno ancora dalla parte del poliziotto... senza se e senza ma.
Alla domanda ha risposto uno dei tanti propagandisti travestiti da giornalisti, tale Giuseppe Cruciani:
"Caro poliziotto di Rogoredo,voglio chiamarti con il tuo nome, assistente capo Carmelo Cinturrino, quando un rappresentante delle forze dell'ordine racconta che uno spacciatore gli ha puntato una pistola, quando un agente ci racconta, racconta a tutto il paese che si trovava in una situazione di pericolo e spara e uccide un malvivente, noi ci crediamo, noi ci schieriamo subito, almeno io mi schiero subito dalla vostra parte, contro tutto e contro tutti, perché noi, persone per bene, crediamo nella polizia, crediamo nella parola della polizia.Se invece, gentile Cinturrino, si viene a scoprire che hai mentito, che forse quella pistola l'hai messa tu in mano allo spacciatore, che hai mentito di fronte all'Italia intera, che non hai chiamato i soccorsi, che forse prendevi il pizzo dal pusher, e non so cos'altro, e non so cos'altro, allora io ti considero un traditore, ti considero un traditore, un criminale!Hai tradito i tuoi colleghi onesti, hai tradito le forze dell'ordine, hai tradito lo stato che rappresenti, se tutto fosse confermato, se tutto fosse confermato, saresti in sostanza un delinquente come quelli che dovresti inseguire.Io spesso difendo l'operato degli agenti contro tutto il mondo buonista, contro il politicamente corretto, però, però, chi si comporta in questo modo, merita una punizione molto molto dura e senza nessuno sconto!"
Questi esempi di politici e di giornalisti si comportanto evidentemente da cretini (ammesso che non lo siano) in base a quel che dicono, ma, in base a quel che fanno non hanno il diritto di farlo.
Il perché è semplice. Perché dovrebbero essere di esempio alla comunità dove ci possono essere degli idioti, persone non in grado di essere sufficientemente intelligenti e/o preparate. I Salvini e i Cruciani dovrebbero essere di esempio a tali persone e invece di esprimere condanne senza conoscere i fatti, dovrebbero prima rammaricarsi e poi invitare l'opinione pubblica ad aspettare l'esito di un'inchiesta. Poi, accertati i fatti, dovrebbero chiedersi perché è accaduta una determinata cosa, se poteva essere evitata e quali strumenti sarebbe eventualmente mancati.
Questo, in un Paese normale, fatto di politici normali, fatto di giornalisti normali.
Invece in Italia accade l'esatto contrario. Così, un fatto come quello di Rogoredo è stato addirittura usato anche per supportare il Sì al referendum sulla giustizia. Lo ha fatto il camerata Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera di FdI, a Dritto e Rovescio, scagliandosi contro i magistrati per aver osato indagare il poliziotto responsabile dell'omicidio e i suoi colleghi: "Questo si gira, gli punta una pistola, il poliziotto gli spara, ahimè lo uccide, e la magistratura lo indaga per omicidio volontario. ... Io da avvocato dico che questo non è giusto e dico anche che se si vuole cambiare questa giustizia bisogna votare Sì al referendum".
Cosa c'entra l'amministrazione della giustizia con la riforma costituzionale a firma di Nordio e Meloni? Nulla, tanto che - pur dimenticandosene - lo ha detto pure lo stesso ministro della Giustizia.
Nonostante ciò i Bignami di turno non mancano occasione per far credere - a dei cretini di turno - che non è così.
Nel voler trovare un filo logico a tale follia, si può dire che una parte politica riesce a governare solo creando di volta in volta nuovi nemici su cui poter scaricare le colpe della loro inadeguatezza.
L'estrema destra, quando riesce a trasformarsi da forza di protesta a forza di governo, porta con sé un problema strutturale: vive di semplificazioni, di conflitti netti, di identità contrapposte. Ma governare richiede esattamente l'opposto: mediazione, complessità, continuità amministrativa, compromesso.
La politica dell'estrema destra si fonda spesso su un "noi" compatto e moralmente superiore (la nazione, il popolo autentico, i "normali") contrapposto a un "loro" minaccioso (élite, stranieri, dissidenti, minoranze, giornalisti, giudici, Bruxelles, ONG, università). È una grammatica binaria: riduce una società pluralista a un campo di battaglia tra identità pure e forze corrotte.
Questa grammatica funziona benissimo in campagna elettorale perché traduce ansie diffuse in un racconto semplice e mobilitante. Il cittadino non deve più orientarsi tra cause economiche, globalizzazione, trasformazioni tecnologiche, crisi industriali, squilibri territoriali: basta riconoscere il "colpevole". È un sollievo cognitivo: il caos diventa colpa.
Ma quando l'estrema destra governa, quella stessa grammatica diventa una necessità: se smette di produrre antagonisti, si espone alla prova dei risultati. E i risultati, su questioni come salari, sanità, casa, istruzione, infrastrutture, sicurezza reale, sono lenti, costosi, tecnici, spesso impopolari. Il nemico, invece, è immediato, economico, narrativamente potente.
Creare nemici non è solo un modo per "parlare alla pancia": è una tecnologia di gestione del consenso.
- Primo effetto: spostamento dell'agenda.
Se l'agenda pubblica è occupata da emergenze identitarie ("invasione", "decadenza morale", "attacco alla tradizione"), le questioni materiali scivolano sullo sfondo. La discussione non è più "quanto hai migliorato il pronto soccorso?" ma "da che parte stai nella guerra culturale?" - Secondo effetto: deresponsabilizzazione.
Se le cose vanno male, non è per scelte sbagliate, incompetenza o promesse irrealistiche: è perché il nemico sabota. È la versione politica della scusa perfetta. Ogni fallimento diventa prova dell'esistenza del complotto: "vedete? ci attaccano perché stiamo facendo la cosa giusta". - Terzo effetto: disciplina interna.
Il nemico esterno rafforza la coesione interna. Chi critica dall'interno può essere accusato di fare il gioco dell'avversario. Il conflitto non produce solo consenso verso l'alto: produce conformismo verso il centro del potere. - Quarto effetto: polarizzazione utile.
Più la società è divisa, più l'elettorato dell'estrema destra si compattata. La polarizzazione riduce gli spazi intermedi, disintegra i compromessi e rende "naturale" una politica di blocchi: o con noi o contro di noi.
Il meccanismo spesso si muove per cicli. Quando un nemico si consuma (perché i numeri non confermano l'allarme, o perché l'opinione pubblica si stanca), ne serve un altro.
- Fase A: allarme. si costruisce una minaccia esistenziale ("ci sostituiranno", "ci ruberanno", "ci zittiranno").
- Fase B: promessa di ordine. si propone una soluzione semplice, punitiva, simbolica ("tolleranza zero", "blocco", "ripristino").
- Fase C: delusione di realtà. la soluzione semplice non produce miracoli; i problemi sono strutturali.
- Fase D: spiegazione colpevolizzante. "non abbiamo potuto perché…" (giudici, burocrazia, Europa, opposizione, media, "poteri forti").
- Fase E: nuovo nemico. si riavvia la macchina.
Questa sequenza permette di governare come se si fosse eternamente all'opposizione: sempre assediati, sempre impediti, sempre "inermi ma coraggiosi". Un paradosso: il potere che si racconta impotente.
La strategia del nemico funziona perché intercetta emozioni reali:
- Paura: delle crisi, del declino, dell'incertezza.
- Perdita di status: non solo economica, ma simbolica (sentirsi "meno" nel proprio Paese, nel proprio lavoro, nella cultura dominante).
- Nostalgia: desiderio di un passato immaginato come più stabile, più semplice, più rispettoso di gerarchie chiare.
L'estrema destra traduce tutto questo in un racconto: "non è colpa del mondo che cambia, è colpa di qualcuno che ti sta togliendo ciò che ti spetta". Il nemico diventa la personificazione della frustrazione.
Quando il nemico di turno è un gruppo sociale marginale, il danno è già grave. Ma il salto decisivo avviene quando l'estrema destra, per coprire la propria inadeguatezza, sposta il bersaglio sulle istituzioni di garanzia: magistratura, stampa, università, autorità indipendenti, organismi internazionali. A quel punto, la creazione del nemico non serve solo a distrarre: serve a delegittimare chi controlla il potere.
È un passaggio chiave: se la responsabilità politica diventa intollerabile, allora si prova a indebolire i meccanismi che la impongono. Non è sempre un colpo secco: spesso è erosione lenta, fatta di insinuazioni, riforme "tecniche", campagne di delegittimazione, riduzione di spazi di critica. Il nemico istituzionale è il più prezioso perché consente di governare senza essere misurati.
È vero che ogni politica ha avversari e che la retorica del conflitto è trasversale. La differenza non è "avere nemici" (inevitabile), ma avere bisogno del nemico per rendere governabile la propria proposta.
Una democrazia sana vive di conflitto regolato: interessi diversi si confrontano, cercano sintesi, si alternano. Qui invece il conflitto non è un mezzo: è il fine. L'idea non è risolvere problemi, ma mantenere un'identità mobilitata. Il governo non è amministrazione della complessità: è produzione seriale di battaglie simboliche.
L'estrema destra non governa davvero: occupa lo Stato come palcoscenico, non come macchina di soluzione dei problemi. Il nemico è il trucco per far sembrare energica l'assenza di risultati, per far apparire coraggioso ciò che è improvvisazione, per trasformare l'inadeguatezza in martirio.
Eppure, proprio qui sta il punto più inquietante: questa strategia può funzionare a lungo perché è emotivamente gratificante e narrativamente semplice. Ma il conto arriva sempre nella realtà materiale: quando la sanità resta fragile, i salari stagnano, la casa manca, i territori si sbriciolano, e l'economia non si piega ai comizi. A quel punto il nemico successivo deve essere più grande, più oscuro, più totale. È una spirale: per evitare il giudizio sui fatti, si alza continuamente il volume sulla guerra.
Il contrario di questo meccanismo non è l'assenza di conflitto: è la responsabilità. È l'idea che chi governa non può permettersi di vivere di alibi. E che una comunità politica adulta non ha bisogno di nuovi nemici: ha bisogno di politiche che reggano la prova del tempo, dei numeri, e della vita quotidiana delle persone.
E chi vota questi estremisti deve riflettere anche sul fatto che, prima o poi, anche lui finirà per essere un nemico!