Istanbul, crocevia di pace con Trump protagonista.
Donald Trump può piace o non piacere per i suoi atteggiamenti che non si addicono certo al Presidente della prima potenza mondiale, ma una cosa è certa, con il tycoon alla Casa Bianca si è tornati a parlare di ‘pace’ e a dare più spazio alla diplomazia, al negoziato, alla mediazione, piuttosto che alle armi. Lo si può detestare – e in molti, soprattutto quelli di sinistra qui da noi, in Italia, lo fanno – per il suo stile sopra le righe, i toni aggressivi, l’egocentrismo esibito, il disprezzo verso i canoni del politicamente corretto. Insomma, è l’antitesi del leader “istituzionale”, quello che ci si aspetta alla guida degli Stati Uniti d’America. Ma sarebbe miope, o forse solo ipocrita, negare un fatto: con Trump, si è tornati a parlare – sul serio – di pace.
Sì, pace. Una parola che sembrava uscita dal lessico della diplomazia internazionale, soppiantata da slogan bellicosi, escalation continue, aumenti record delle spese militari e una NATO sempre più assertiva. Eppure, proprio il tycoon che minaccia di “chiudere i rubinetti” ai paesi europei che non pagano la loro quota di difesa, si è rivelato in più occasioni un leader disposto a percorrere la via del negoziato. Con lui alla Casa Bianca, si sono aperti tavoli con la Corea del Nord, si è congelata per anni la situazione in Ucraina, si è ragionato di “grandi accordi” in Medio Oriente. Retorica? In parte. Ma nel concreto, meno bombe e più dialogo.
Oggi, nel pieno di un conflitto che ha devastato il cuore dell’Europa e spaccato l’Occidente tra interventismo e stanchezza bellica, Trump torna ad affacciarsi sulla scena internazionale con un’agenda apparentemente semplice: fermare la guerra. Una provocazione? Forse. Ma è proprio questa capacità di rompere gli schemi a renderlo, paradossalmente, uno dei pochi leader credibili nel chiedere una trattativa. È sua l’idea di “esserci” – forse – a Istanbul per un possibile incontro tra Zelensky e Putin. Un gesto che sarebbe impensabile da parte di Biden, Macron o Scholz, per ragioni di capacità diplomatica, di peso politico e di ostacoli politici interni.
L’Europa, intanto, resta spettatrice. Priva di una voce unitaria, incapace di affermarsi come soggetto geopolitico, l’Unione appare ancora come una sommatoria di interessi nazionali. Francia in testa, con Emmanuel Macron sempre più protagonista di gaffe diplomatiche – l’ultima in Vaticano, durante il colloquio estemporaneo tra Trump e Zelensky ai funerali di Papa Francesco – nel goffo tentativo di ritagliarsi un ruolo da mediatore che nessuno, né a Washington né a Mosca, gli riconosce.
A distinguersi, sorprendentemente, è sempre lei, Giorgia Meloni. Leader di una destra italiana a lungo snobbata in Europa, ha dimostrato di saper giocare su più tavoli con abilità e senso delle istituzioni. Ha tenuto saldo l’asse atlantico, coltivato i rapporti con Zelensky, dialogato con Ursula von der Leyen e mantenuto un canale aperto con l’America di Trump. Non ideologica, ma pragmatica. Non schierata per partito preso, ma attenta ai margini di manovra della diplomazia. E forse proprio per questo oggi appare come una delle figure più solide nel panorama europeo, ben più di altri leader “certificati” dalle cancellerie occidentali.
Nel frattempo, gli occhi del mondo sono puntati sui negoziati tra Russia e Ucraina giovedì 15 maggio in Turchia: Istanbul sarà il cuore della diplomazia mondiale. L’atteso vertice tra Russia e Ucraina rappresenta un momento cruciale nel tentativo di porre fine ad un conflitto che da anni lacera il cuore dell’Europa.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rilanciato con forza l’appello a un cessate il fuoco di almeno 30 giorni, condizione preliminare per avviare i negoziati diretti. Una richiesta accolta con freddezza da Mosca, che la bolla come un “ultimatum inaccettabile”. Tuttavia, proprio da Mosca è giunto un segnale che sorprende: Vladimir Putin ha proposto colloqui diretti a Istanbul, apertura subito raccolta da Kiev.
Nel mezzo, si muove la diplomazia turca con Erdoğan, che si propone come mediatore attivo.
Ma è il coinvolgimento di Donald Trump a cambiare il peso specifico di questo incontro. Con dichiarazioni informali ma incisive, il presidente americano ha ammesso di aver spinto affinché il summit avesse luogo e si è detto possibilista sulla sua partecipazione. Più di un gesto simbolico: Trump si posiziona come facilitatore e catalizzatore di un possibile accordo.
Le sue parole, “ho la sensazione che accetteranno”, riferite alla disponibilità russa per la tregua, non sono solo espressione di ottimismo. Sono anche una forma di pressione indiretta su Mosca e un segnale chiaro a Zelensky, che ha subito colto l’opportunità, definendo “giusta” la presenza di Trump a Istanbul.
La trattativa resta fragile: Mosca rifiuta precondizioni e mostra diffidenza; Kiev insiste sulla necessità di garanzie concrete per la sicurezza futura. Ma a Istanbul, per la prima volta da mesi, si delinea un terreno comune. E se davvero Trump si unirà al tavolo, la diplomazia potrebbe avere un’occasione storica di riscatto.
Il ruolo e la presenza di Trump al possibile vertice potrebbe risultare determinante nel rompere l’impasse. Il suo attivismo, unito alla pressione morale del Vaticano – con Papa Leone XIV in contatto con Zelensky – e alla mediazione turca, compone un quadro di forze che, se coordinate, potrebbero aprire uno spiraglio reale verso la de-escalation.